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© jean pierre Amet ( 0033)603.854.480

 



C: Mi dicono che sei scesa dall’altalena. Corro a prenderti per mano. Non si sai mai. Il parco è pieno di pecore.

G: Negli occhi, ombre e figure scure, pozzi neri profondissimi. I fantasmi indecenti delle notti svanite. Non riesco a vederti.

C: Eppure son qui. Devi solo saper raccogliere, dalle pozzanghere che mi riflettono, la visione che unisce ogni possibile. L’amore fu un rigagnolo tra due corpi. Un esattore, un assurdo esattore d’acqua.

G: Già. L’amore scuote, poi riscuote. Chiede contese con il tempo. Vuole pietre azzurre, viaggi in Oriente. E code di ippocampi attorcigliate nel cuore.

C: Eppure sarebbe facile. Piazzare un’idrovora tra i corpi. Prosciugare le pretese, i doveri. Chiederti un bacio di quand’eri bambina. Sarebbe facile spalancare le gambe all’ironia senza vivere di fiori recisi. I pochi grammi della mia intelligenza bussano alla tua fica. Fa’ scendere il tuo sorriso migliore, sennò facciamo tardi.
Nessuna voglia di dannarmi per fare spazio all’infinito. Ti aspetto giù. Non ho più vent’anni. Non li ho mai avuti. Dovrò forse invocare la pioggia per te sino alla fine dell’estate? Certo, l’estate sarà lunghissima. Non riesco più a tenere il conto dei giorni da quando i tuoi occhi mi hanno lanciato in una nuova, radicale aratura – sarà faticoso, snervante – ma io non sono di quelli che abbandonano l’impossibile tra le mani dei poeti.
A proposito, oggi ho ritrovato Rimbaud. Era arrotolato in un angolo. Adesso però mi tocca appenderlo. In fondo, è vissuto pur sempre per i nostri peccati.

G: Rimbaud è un crocevia, è il presagio di una specie di felicità. La felicità di un orgasmo stupito, esploso e urlato al cielo, come una stella in supernova. Non ci sarà attesa. Non ci sarà indugio. Sarà una strada fitta di segni, da questo sole in poi. Il mio sorriso non dondola con me, non ha mai voluto. Non è fatto per stare a mezz’aria. È ai tuoi piedi, e si rotola nell’erba.

pignon-rimbaud

C: Mi trasfondi?

G: Hai già il mio sangue. Lo attingi a piene mani dalle piaghe dei miei sogni feriti e te lo inoculi nelle vene con aghi gentili. Ti sale in testa battente. E danzano gli anni in mille cilindri di caleidoscopi… Quando scende la notte mi lavo le ossa dal sudore pensando a mia madre che era mare e vento prima dello strazio. Mi scotto le dita toccando lo stigma che arde cremisi tra le gambe e scivolo nel sonno raggomitolata dentro il cuore nascosto della realtà, stordita dagli odori di tutti i legni del mondo. Rèstami, tu. Vègliami, tu. Mai si scioglieranno le catene che mi legano alle pensiline delle fermate soppresse e dei treni perduti. Tra le lingue di Babele potrai riconoscere la risata dirotta e sgangherata della festa. Il mio sorriso è con te. In cambio voglio un filo d’oro, un filo d’oro soltanto, per ornarmi l’anima.

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G+C: – Le piante acquatiche mi affascinano. L’acqua in generale mi affascina. Morirò annegata come Ofelia, lo so. – E che mi dici invece della tua lubrificazione vaginale? Sai, io quando penso all’acqua, penso alla fica. – “Chiare, fresche, dolci acque…” – Questo è Petrarca, vero? – Sì, lui. Riletto di recente. Secondo me andava con una mignotta fissa, o aveva una trombamica. – Può darsi. Certe scintille non hanno mai abbastanza aria per correre più veloci dell’acqua. Non per questo il fuoco ti risparmia.

mangrovie

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C: Ho visto due seni bianchi e mi si è rotta la poesia. Ora, dovrò toccarli, sentirli vibrare sotto la mia vita. I seni son fatti anche per ricordarmi quel vecchio atlante storico che comprai a Firenze su una bancarella, molti anni fa. Nel tuo petto, si annida il bacino occidentale del Mediterraneo al principio della seconda guerra punica. Toccarti, volerti. Meno una guerra e più un principio. Nel bacino occidentale, i baci accidentali e la storia di un filo traditore, che mi riporta all’interno del Labirinto. Scarsamente dialettico, lo so, e dovrò scusarmi, porgendoti il bacino orientale e anche qualcos’altro. Nave fenicia all’orizzonte. Vela strappata. Mare.

G: La tua poesia non si è mai spezzata, l’ho vista aggrapparsi alle onde e ritornare a riva sana e salva. Ti restino negli occhi i seni bianchi, le insenature bluastre, gli astri avversi e le tempeste che non fermarono i remi. Sei aligero, sei callido, sai uscire dalla trappola passando dal cielo senza bruciare il tuo volo. Non scusarti, non c’è alcun bisogno di perdono: nelle case di Sidone ardono tremule lucerne e il silenzio è un dono quando la porpora spremuta dalle murici cola vischiosa ad impreziosire le stoffe, futuri manti da rubare ai ricchi.

C: A poesia spianata, saremo nel destino giusto all’attesa ingiusta. Eppure l’azzardo ci soccorre: un’idea di corpi che rilucono in fondo al nostro sogno; una bellezza sporca, dello sporco che fa il mondo autentico. – Poi, d’improvviso mi fermo, ti penso. Mi viene in mente la parola “sibarita”. Bella come te. Sprezzante come un bouquet di fulmini nel cielo della sera. E la associo subito al tuo culo. Niente di più, niente di meno. Annuso le parole. Ti faccio entrare nella mia stanza dei giochi. Non mi fermo più. Immaginarti è una rapina continua.

Agosto 2015

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Illustrazioni (dall’alto in basso): foto di Jean-Pierre Amet; Ernest Pignon-Ernest, Arthur Rimbaud dans Paris (1978); foresta di mangrovie; olio di Clovis Trouille (Mes funérailles, 1940/1946).

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