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[ La mia post-fazione a: Roberto Belli, Quaderno nero, autoproduzione, 2015. ]

 

bataille

 

1

quanto più mi vedo costretto a
reagire a un modo venerabile
tanto più il mio contorno si rafforza
mutuando dalle azioni egoiste
il vero patrimonio della comunanza

Roberto Belli, QN 60

Siamo ancora qui, a parlare di poesia, ad abbracciare una contesa tra poesia e mondo, come se non ci fosse una morte, come se non fossimo destinati anche noi all’incessante compostaggio della materia.
Immagino Roberto intento a sorridermi e a ripetere quel suo “ritornello” che mi è così caro: non finirà mai.
Ecco. Voi potete terminare la lettura del suo Quaderno nero – lettura faticosa, nenia impervia – e restare insoddisfatti, quasi irritati dall’inutilità di ciò che avete appena letto, senza intuire che è proprio l’inutilità della poesia a rilanciare ciò che va assolutamente vissuto.
Certo, potete sempre annodare tutti i fili, affondare le parole in un calderone concettuale per dar loro un senso meno sfuggevole, dotarvi magari di una poetica cazzuta per valorizzare ciò che vivete, scrivete, leggete. Poi, però, quando vi credete ormai lontani dal pericolo, qualcosa si rompe, la diga non tiene, e vi ritrovate col cuore e la mente allagati.
In Roberto, a dire il vero, quel non finirà mai è una frase impersonale, come l’oggi piove dell’uomo comune o – ancor meglio – come l’oggi scrive di un memorabile passo calviniano.
Nel nostro mondo, infatti, non c’è più un soggetto che finisce, che si perde in termini. Il soggetto si è frammentato, è diventato rumore di fondo (quel rumore che Roberto scrive ed “esegue” in una sorta di ordine mobile), pertanto non ha più una consistenza certa, né uno stato durevole sul quale giurare – il capitale ha separato ogni cosa, ogni forma di vita, edificando mediazioni e strutture di valori proprio a partire da ogni separazione. Bisogna quindi procedere a tentoni, a vista, per abitare il movimento, le relazioni molecolari, e tutto questo in una tendenziale anonimità dei segni, lungo il cui flusso s’instaura però paradossalmente una nuova unicità, basata non più sul radicarsi in un’identità, bensì sulla continuità delle esperienze singolari e sulla rilegatura dei loro picchi di senso in una comunanza senza più padroni.
Per farvi un’idea di ciò che voglio figurarvi, provate ad immaginare un black bloc formato da tutti i poeti del passato, del presente e del futuro, intento a devastare la cristalleria del buon senso e delle Lettere (da qualche parte già scrissi che bisogna calare un passamontagna sulla faccia della poesia; d’altronde, non fu un teppistello francese a dirci che le parole devono ritmare l’azione?). Ma la devastazione di cui parlo deve assumere un senso gioioso, festante, non banalmente nichilista o carnascialesco. Solo così il nero che ci portiamo all’occhiello, pur non finendo mai – neanche in un quaderno –, potrà divenire, al cuore delle nostre forze, il tono distintivo di una grande eventualità.

2

il sogno ha una presa e
il reale lo incalza con un cannone –
la macchina del sogno sterza
verso un ignoto indefinito
che il reale imposto fa sembrare
una collisione fra corpi
dentro una galera –
per questo c’è ancora la
necessità di rivoltelle
e screziate di fiori e che profumano
di tutti quei nomi che ha l’impossibile –
QN 29

Devo dire che non sono molto d’accordo col Bataille citato ad un certo punto da Roberto (cfr. QN 55) e del quale riporto qui di seguito il passo originale: «La poésie mène au même point que chaque forme de l’érotisme: à l’indistinction, à la confusion des objets distincts. La poésie nous mène à l’éternité: elle nous mène à la mort, et par la mort à la continuité» (L’Érotisme, 1957).
Concordo certamente con Bataille sulla continuità fusionale innescata dall’erotismo, sulla “morte” sempre possibile delle distinzioni caratteriali e sociali all’interno della sfera amorosa e carnale, benché a me non piaccia affatto il termine “indistinzione”, che ha a che fare, a mio avviso, meno con la potenza delle unicità amorose e più con la riduzione capitalistica di ogni forma di vita ad essere perfettamente scambiabile e intercambiabile all’interno della generale valorizzazione dell’esistente.
Al contrario di Bataille, ritengo invece che la poesia produca degli addensamenti di senso, delle particolari “distinzioni” dentro il fluire degli eventi, e che questi glomeri si manifestino attraverso dei picchi, dei momenti apicali che radicalizzano improvvisamente (e più o meno consapevolmente) tutto il senso condiviso tra gli umani. Tali addensamenti, spesso in modo fugace, e quasi sempre in netto contrasto con la necessità che si afferma socialmente, sostanziano una compiutezza della presenza, una realtà che si risolve immediatamente nella sua stessa esperienza.
Nel farsi della poesia, intesa qui non soltanto come genere letterario, ma anche come attitudine a costruire delle esperienze con la migliore umanità possibile, non c’è in ballo una valorizzazione, una contropartita: lo scambio degli elementi poetici muore nella sua stessa esplosione e non fa che irradiare nuove spore poetiche, nuove criticità del senso comune.
Si può quindi comprendere perché la poesia scritta non si venda, perché i libri di poesia non siano appetibili economicamente, se non in maniera marginale. Il movimento della poesia spezza la circolazione del valore, si dà compiutamente nell’attimo, nello choc estetico della sua immediatezza, del suo irradiamento. La concezione stessa della poesia risiede in una sorta di esperienza tantrica con i segni, tra i segni; acme già in sé stessa e continuità di vette (o di profondità, se si preferisce) in un perpetuo coitus interruptus del senso, che si rivela freno alla valorizzazione, autoproduzione e autoconsumo anarchici di elementi emozionali.
In questa prospettiva, la continuità poetica di Roberto Belli – la raccolta dei suoi picchi di senso – diventa rumore, esacerbazione della voce. Ma il frastuono diventa a sua volta concetto, idea della presenza, corrusca bellezza dell’inesprimibile. E cos’è l’inesprimibile se non uno dei nomi dell’impossibile?
Il cerchio non si chiude, non ingabbia la parola, né i gesti. Roberto danza sulla circonferenza e se ne bea. Anzi, da punk inveterato, Roberto poga saltando da un punto all’altro del contorno, in culo alla costanza del pi greco.

3

mentre nessuno
fra i miei nomi di follia [ il mio
tendere all’impossibile ] riesce ancora
a delinearsi quieto _ conformato
io _ unico
QN 56

Cito dal mio Quest’amante che si chiama verità (2014): «L’impossibile non è l’ignoto. L’impossibile è il noto spinto a tali estremi dell’esperienza umana da contendere vasti territori alla morte. D’altronde, la realtà del mondo si muove solo se viene a rompersi incessantemente l’idea che ne abbiamo e che ci vincola ai luoghi consueti del pensiero».
E l’impossibile di Roberto Belli è proprio questa radicalizzazione dell’esperienza, questa rottura dei luoghi comuni del pensiero, della poesia, della musicalità – dove la continuità non è mai costituzione di un piano uniforme (malgrado la persistente rilegatura rumorista) e il rigore non si perverte affatto in rigidità.
Il concetto d’impossibile rivela dunque un movimento indicibile, faticoso, tuttavia concreto, materiale; un movimento verso l’unicità, verso l’affermazione della propria esperienza singolare del mondo, in opposizione ad ogni acquiescenza di tipo morale o culturale. Un movimento che afferma la propria voce autonegandola incessantemente, quindi esautorando qualsiasi dialettica, qualsiasi giochino dadaista fondato sul dar valore alla negazione della negazione (per dirla con Hegel).
In tal modo, Roberto fonda stirnerianamente il suo “nulla creatore”, il suo spazio di unicità irriducibile, ostinandosi a rilanciarne l’eco, le rifrazioni, in processi espressivi che potrebbero apparire quasi autistici, se non fosse per la radicale amicizia verso il mondo di cui sono ferocemente intrisi.
Si accetta di dire il mondo attraverso il balenio della propria unicità, e non certo per elogiarne le mancanze o le presunte verità. Il poeta sa che la prossimità si costruisce solo assumendo fino in fondo la lontananza, e che solo attraverso la difesa e lo sviluppo della propria singolarità si lascia agli altri una porta socchiusa. D’altronde, pretendiamo sempre invano di scongiurare il passaggio, il transito della sorte – con le parole, i rumori, le gesta –, quando non possiamo far altro che attestarci sulla soglia e vegliare, nostro malgrado, sulle passanti che ci stregano.

4

e con la volontà attiva
dell’occhio in movimento [ the valley
of deep shadow ] gli effetti del
presente si inclinano verso la comune
[ i fear nothing bad ] d’amore
QN 47

Poesia è ciò che ho chiamato “rilegatura dei picchi di senso”. Una continuità, insomma, dove gli elementi in gioco non sono uniti necessariamente da un rapporto di dipendenza, né tanto meno da un nesso gerarchico.
Sappiamo che esiste l’amore e che ci sono varchi attraverso i quali può passare tutta la bellezza possibile della vita, ma sappiamo anche che non possiamo farne l’oggetto di una domesticità, di una dimestichezza volgare.
La poesia è un movimento senza mobilitazione, una distanza che abbatte le separazioni fondamentali. Un intervallo, un puro intervallo, amico della carne e del concetto; infinitamente ripreso, rimodellato, srotolato.
Lungi dall’essere autoreferenziale, benché in relazione costante con la sua autonomia costitutiva, la poesia ci mette in continuità l’uno con l’altro nell’affinità del sentire e nell’unione unica che andiamo a formare. Costituisce quindi la qualità di ogni esperienza umana che cancelli immediatamente le separazioni e le mediazioni sociali.
Mediante la comunizzazione ordita dalla poesia, chi ci fu lontano, ora non smette di avvicinarsi e di perdere i riferimenti dell’estrema lontananza, così da restituire all’intesa coloro che erano stati separati dalle necessità sociali.
In altre parole, la poesia è e rimane il cammino (o forse l’andatura) che può condurci fuori dall’opacità dell’indifferenziato e dall’oscurità dell’alienazione – la “valle oscura” del salmo 23 citato da Roberto, oppure la “selva” altrettanto oscura del famoso incipit dantesco –, e un tale cheminement è sempre un rischio, un azzardo, perché comporta ad ogni passo una riscrittura del territorio, un rimettere in continuità gli elementi incessantemente scompaginati dal nostro stesso movimento di ricerca.
Avventura della carne e dello spirito, la poesia rimane l’amante fedele dei nostri slanci e l’amica tenace dei nostri amori. Ecco perché siamo ancora qui a parlarne, e continueremo nondimeno ad esserci, nella protervia delle parole e della “verità pratica” di interi mondi, anche quando la nostra opera avrà avuto apparentemente una fine.

4-5 marzo 2014

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