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Alla mia nonna paterna, Emilia Narducci (1912-1999).

(Per motivi che le appariranno evidenti, e non solo contingenti, queste parole appartengono anche ad Angela F., perché parlano di amore, lieviti, germinazioni. Lei capirà. So che capirà.)

Gli uomini pessimisti hanno il seme difficile – e la creazione, in ogni tempo, li tradisce coi polloni dell’ulivo.
C’è tutta la cicatrice futura, nella lealtà del potatore. Il segno del taglio scrive l’essenziale; fedele all’attesa, non aggredisce la vita.
Mia nonna detestava i gatti e non amava lo spegnimento delle fiamme. Teneva acceso un lumino rudimentale nel cuore della notte a ricordare il figlio morto. Amava me, il nipote che portava il nome dell’assente, mentre malediva il sabato santo senza rinunciare ai miracoli.
Sento ancora il profumo del pane appena sfornato. Le sue mani, le sue mani che impastano. Le rughe di ogni mia donna sotto il cuore del giorno.
Non ho mai avuto riguardo per i limiti della sua terra. I funerali sono ottusi. La gente in lutto è ottusa.
Recando solo odio all’idea della morte, non ho mai riconosciuto la sua tomba. Solo i miei dissimili muoiono davvero.
In accordo con la primavera, non tradirò le sue mani.


Laureana Cilento, 3 gennaio 2016. Nell’illustrazione: Marcantonio Raimondi MalerbaCuore con piccolo ulivo.


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