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ad Angela

L’amore, non è che il modo con cui il corpo capisce che è affollato, sempre più affollato dai fiumi, dalle pietre, dalle stelle.
Io mi lascio assediare da te, dall’idea che ho di te, dalle parole scarne, incendiarie, dai tuoi silenzi pieni di futuro, di mondo.
Vi è una strana conciliazione tra le paure antiche e i nomi nuovi. Col favore della vicinanza, m’introduco alla logica del tuo respiro.
Alita su di me. Conducimi all’assenza di riguardo nei confronti della cenere. Pronuncio il tuo nome, reinvento ogni giorno la mia voce – e nessuna dipendenza, nessun cedimento alle lusinghe della parola.

La poesia dovrebbe dire la semplicità dell’incanto o non dire affatto; dovrebbe vigilare sui semi, morire tra i solchi dell’aratura.
La tua pelle candida mi ricorda la pasta che lievita, la sabbia bianca di certe spiagge che non esistono solo nella mia testa.
Il tuo odore è reale, il tuo sesso è vivo: sottobosco gorgogliante, attraversato da animali più liberi della mia stessa anarchia.
So di toccarti, di avere una conoscenza concreta di te, forse la più alta, la più difficile.
Sai, le cosiddette pieghe del cuore mi aprono alla tua intelligenza, al tuo destino – e ti tengo fra le braccia e dentro le mie parole senza perdere nulla di te, come la volontà del lupo che in pieno inverno sa di determinare il contenuto dei tepori irrimediabili.

– È bello saperti al mondo. Cosa potrei mai dirti di più erotico?


10-11 gennaio 2016. Immagine presa dal web.


 

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