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S’inaugura in codesto luogo virtuale una sorta di rubrica. O si rubrica una sorte, che dir si voglia. Trattasi di llustrazioni e didascalie di Antonello Bancaruta Campus, con qualche sparuta glossa (più o meno incongrua) del Mangone. Buon pro vi faccia.

 

AntonelloCampus-1-calcio

 

Il bel calcio di una volta, un pallone che rincorre 22 giuocatori, era tanto divertente quanto letale. Si preferì la versione attuale, senz’altro più prosaica. [abc]

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Ho avuto la fortuna di appartenere ad una generazione che giocava a pallone per strada.
Intendiamoci, non sono di quelli che idealizzano il bel tempo andato, ci mancherebbe!, ogni epoca ha i suoi pregi e la sua merda, ma giocare a pallone per strada è stata davvero una fortuna.
Non si trattava semplicemente di rincorrere un pallone. No. Quel pallone – quasi sempre un economico Super Santos – era un appuntamento quotidiano con la spensieratezza possibile del mondo. Tutto lo spazio era nostro, qualsiasi varco o apertura poteva rivelarsi una porta (quando a delimitarla non usavamo zainetti o pietre), perché per noi ogni spazio diventava un campo di calcio, un rettangolo di gioco. Anche il monumentale portone della locale basilica cristiana poteva fungere all’occorrenza da porta virtuale (non sto scherzando!). Bastava che il pallone vi sbattesse contro ed era goal.
Per non parlare poi delle ginocchia sbucciate, degli occhiali rotti, delle risse per un calcio di rigore negato o per un fallo da dietro. L’esistenza di una torma di ragazzini sudati e vocianti si ritrovava in strada a farsi rincorrere dalla possibilità del gioco. Anzi, non era neanche così importante capire chi rincorresse cosa, tanto il giorno dopo avremmo ricominciato imperterriti da uno zero a zero: niente classifiche, niente media inglese, niente denaro (se non quello delle collette per ricomprare i palloni perduti).
Certo, esisteranno ancora dei paesini o dei quartieri che vedono per strada ragazzini sudati e vocianti in squadre che ormai sono multietniche, ma la psicogeografia delle pallonate urbane è cambiata irrimediabilmente. Gli spazi urbani sono stati sottratti progressivamente all’uso ludico: bisogna circolarvi per produrre e consumare, non possiamo usarli per giocarci ad libitum e per giunta senza pagare qualcosa o qualcuno!
Il calcio è diventato intanto uno dei più grandi processi di valorizzazione del capitale – un grande circo Barnum dove 22 scimmie ammaestrate indossano una divisa economica, non più semplicemente la casacca di un club.
Per non parlare poi dei guasti apportati da padri e madri ansiosi, deprivati di ogni sicurezza, resi precari finanche nella loro genitorialità, e che per tale motivo preferiscono confinare i propri pargoli in un’esistenza completamente regolata, fatta di scuole, palestre, strumenti da suonare per forza, sport da praticare senza gioia e tornei da svolgere comodamente seduti davanti ad una PlayStation.
Viviamo insomma in un’epoca di strade senza più pallonate.
Ma la partita, a mio avviso, non finisce qui. Verranno generazioni che si riprenderanno tutto, o almeno si riprenderanno parte delle strade, e lo faranno per giunta senza pagare, perché l’alternativa, a quel punto, sarà accettare una vita triste, priva di Super Santos e ginocchia sbucciate.

In tutto questo, vi confesso che a pallone ero davvero un brocco (me la cavavo molto meglio col frisbee), ma ero pur sempre un brocco contento, voglio sottolinearlo. [cm]

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