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Ad Angela

Non faccio che ripetere.
Una ripetizione piena di luce, di carne; la ripetizione di colui che dice: è questo l’amore, qui occorre abbracciarsi, qui c’è da scongiurare il nero.

Affidarti le mie paure, le mie ansie. Attendere i tuoi sorrisi e rinascere ad ogni ora, ad ogni avvenimento del tuo corpo.

Il corpo favorevole, che interroga il desiderio senza frammentarlo, e la tua mano ferma, sulla sorpresa che mi coglie nella parola finalmente dissuasa.

In me, c’è un noi che non fa altro che disfare questo me: dilazione della morte, risposta materiale che ne dà l’amore.

La tua bocca deliziosa, in un sospiro che appenderà il cappotto dell’ansia ad un ramo in piena luce.

 

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Attraversando prossimità, solo per toccare ed essere toccati, recando al tocco una densità di scompiglio. Abiura della distanza. Lotta senza misura per un corpo sottratto ad ogni recupero.

La gioia, questa prossimità che ci cade addosso senza parole, nella sua attrattiva di destino eluso, reca in sé la sospensione di ogni gravità.

Eppure la tenerezza giunge, facendo a meno del futuro, e crea un momento che è più fermo della morte.

Erano all’incirca le 5. Dormivi. Ed io osservavo il tuo viso. Avevi la quiete della sincerità liberata da ogni tempo.
Forse è soprattutto questo l’amore.

 

5-6 luglio 2016. Opere di Rimel Neffati.

 

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