blixa-e-lillaNell’agosto 2015, ho adottato un cane trovatello, color panna, segaligno, dall’apparente età di circa tre-quattro mesi. L’ho chiamato Blixa, come il cantante del gruppo tedesco di musica sperimentale Einstürzende Neubauten. A distanza di mesi, è cresciuto un bel po’ e sembra uno strano incrocio tra un Golden retrievier e un maremmano “anoressico”.
Blixa è un cane pacifico, che non ha mai manifestato comportamenti aggressivi verso le due gatte di casa, eppure queste ultime lo tollerano malamente, non lo hanno mai accettato all’interno del loro territorio e mostrano una chiara insofferenza verso la sua irruente giocosità. Blixa infatti vorrebbe giocare, ma ha manifestazioni esteriori che vengono interpretate come tutt’altro dalle due gatte (lo scodinzolare del cane, ad esempio, è un segnale che il gatto prende presumibilmente come ammonimento, intimidazione). In sei mesi, solo una volta mi è capitato di vedere la Lilla strusciarsi contro il buffo cagnolo dinoccolato che avevo raccolto per strada in una mattina estiva, e non riesco ancora a spiegarmi l’incessante, inflessibile cautela delle mie gatte nei suoi confronti.
In sostanza, che cos’è a rendere Blixa esterno o estraneo alla loro “comunità”? Per quale motivo il cane non riesce ad intaccare in alcun modo la circospezione delle gatte?

Ci sono diversità irriducibili, che non vengono inserite dal nostro pensiero (o da ciò che si chiama “istinto”) in un quadro tendenzialmente unitario del mondo. Una tale preclusione avviene spesso perché le differenze esperite mettono a repentaglio la dimestichezza che possiamo avere con la nostra unicità di essere viventi e pensanti. Nella nostra vita di relazione (ed ogni vita è una “vita di relazione”), noi partiamo dalle affinità, dalle connessioni funzionali, dalle utilità che compongono la base sociale dell’umano. Il nostro pensiero costruisce senza posa concatenamenti, connessioni, e pone confronti e verifiche in modo quasi incessante. Siamo collezionisti di evidenze spicciole, di certezze più o meno presunte. Affrontiamo le differenze e cerchiamo di risolvere le contraddizioni solo quando esse mettono a rischio la “normalità” del nostro pensiero e della nostra vita quotidiana. Eppure, senza la differenza, non ci sarebbe alcuna propulsione nelle cose umane; senza l’incidenza dell’azzardo (e c’è sempre un po’ di azzardo nell’andare incontro alla diversità e all’ignoto che essa comporta), ci incaglieremmo nella nostra stessa “normalità”, nei nostri stessi meccanismi di difesa, e la “normalità” finirebbe per rivelarsi un anticipo di morte, un lento e inconsapevole morire dentro una cronica mancanza di poesia.

Gli animali non hanno poesia. Non ne hanno bisogno. Non hanno bisogno di un pensiero simbolico. Sono (sembrano essere) completamente immersi nel loro universo. Non costruiscono paraventi immateriali tra se stessi e il resto del mondo. Vivono, non pensano di vivere.

Tra esseri viventi che non si comprendono o che addirittura si osteggiano, e dunque costituenti nell’Altro (agli occhi dell’Altro) una differenza immediatamente incolmabile, non può mai esserci una totale indifferenza.
Le mie gatte “sentono” Blixa e lo ritengono fastidioso, avulso dalle proprie dinamiche relazionali. Così facendo lo prendono comunque in considerazione e ne avvertono la differenza come una questione in movimento sulla praticabilità del proprio territorio, della propria soddisfazione.
Le gatte non reputano Blixa un nemico, però il cane rimane per loro un’anomalia, un disturbo reale lungo le linee di percorrenza del proprio habitat. Non è banale incomunicabilità, bensì mancanza di adiacenza tra bisogni affatto diversi nel controllo e nell’attraversamento dello spazio. È come porsi continuamente la medesima domanda e, allo stesso tempo, reputare per niente naturali le eventuali risposte.

Lo studioso tedesco Paul Leyhausen ha evidenziato un interessante comportamento sociale tra colonie feline urbane: «Al calar della notte avviene spesso qualcosa che potrei solo descrivere come “riunione sociale”. Maschi e femmine si raccolgono in un luogo d’incontro situato nelle vicinanze o al margine dei loro territori e semplicemente si siedono tutt’intorno. Questo comportamento non ha niente a che vedere con l’epoca degli accoppiamenti (…). Gli animali siedono non molto lontani tra loro, a una distanza variabile tra 2 e 5 metri e anche meno; alcuni individui stanno perfino a contatto, e talvolta si leccano e si puliscono a vicenda. Si sentono pochi rumori e le espressioni mimiche sono amichevoli (…) non vi è un’atmosfera di ostilità e non si osservano esibizioni di minaccia, se si escludono forse gli episodi in cui un maschio adulto si mette un po’ in mostra, ma solo per gioco. In molte occasioni ho potuto osservare bene tutto ciò nella popolazione di gatti di Parigi. La riunione dura di solito ore e ore, e a volte (probabilmente come preannuncio della stagione degli amori) anche tutta la notte; ma in generale verso la mezzanotte o poco dopo gli animali si ritirano a dormire nei rispettivi quartieri.» (cfr.: Katzen, eine Verhaltenskunde, 1982; traduz. it: Il comportamento dei gatti, 1994, pp. 295-296).

 

Carmine Mangone, Il gatto e la sua proprietà, Gwynplaine edizioni, 2016. Nella foto, la Lilla e Blixa.

 

 

 

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