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Io non conosco l’inferno
Ma il mio corpo brucia dalla nascita
Nessun diavolo attizza il mio odio
Nessun satiro m’insegue
Ma il verbo si trasforma in vermi tra le mie labbra
E il mio pube troppo sensibile alla pioggia
Immobile come un mollusco flatulento di musica
S’aggrappa al telefono
E piange
La mia carogna mio malgrado si fanatizza col tuo vecchio sesso stanato
Che dorme

*

Scriverò con due mani
Il giorno che tacerò
Spingerò in avanti le ginocchia rigide
Il petto pieno di seni
Malata di silenzio represso
Urlerò a pancia piena
Il giorno che morirò
Per non rovesciarmi quando le tue mani m’indovineranno
Nuda nella terra bruciante
Mi strangolerò a due mani
Quando la tua ombra mi leccherà
Squartata nella mia tomba in cui brillano funghi
Mi prenderò a due mani
Per non sgocciolarmi nel silenzio della grotta
Per non essere schiava del mio amore smisurato
E la mia anima si placherà
Nuda nel mio corpo piacente

*

Sprofondata in un sogno noioso
Sfogliavo l’uomo
L’uomo questo carciofo drappeggiato d’olio nero
Che io lecco e pugnalo con la mia lingua ben liscia
L’uomo che uccido l’uomo che nego
Questo sconosciuto che è mio fratello
E che mi offre l’altra guancia
Quando cavo il suo occhio di lacrimoso agnello
Quest’uomo che per gli altri è morto assassinato
Ieri l’altro ieri e prima e ancor prima
Nelle sue povere brache penzoloni da superuomo

 

[ Poesie antologizzate in: Joyce Mansour, Fiorita come la lussuria, a cura di C. Mangone, Nautilus, Torino, 2004. Qui vengono riproposte con alcune varianti. ]

 

 

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