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[Si  può leggere la “puntata” precedente QUI.]

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Un bel giorno, non vi fu più la stessa qualità, nella mia visione delle cose. I luoghi erano i medesimi, ma io non mi ci perdevo più. Tutto risultava scontato, logoro, e le distanze sembravano di nuovo insensate. La verità che avevo incontrato per strada era svanita, la conoscenza mi aveva tradito, e tutto questo a scapito della prossimità che ero andato costruendo gioiosamente e a fatica tra me e coloro che amavo. Dovevo quindi cambiare, sovvertire lo scenario; buttar giù il teatro, se necessario. Oppure mi sarei dovuto costringere a spostare il destino da un’altra parte.

Non sono io ad abitare i luoghi dove vivo, ma sono questi, attraverso gli amori e le amicizie che vi stabilisco, ad abitare me.
Ho sempre cercato di cucirmi addosso spazi e presenze in modo da regalarmi un “abito” che mi coprisse le spalle, perché credo che ci si possa sentire realmente a casa solo nelle relazioni amorose che ci autenticano il mondo.
Casa non è struttura. Casa è compiutezza nella comunanza e nella gioia condivisa, soprattutto quando diventa forza, scoperchiamento del senso. Casa non è stabilità, bensì perseveranza (anche ingenua) nell’unire le qualità dei viventi che ci stanno a cuore e nell’albergare con affetto i loro movimenti.

Al limitare di uno dei più grossi prati delle Cascine c’è un albero di ginkgo biloba alto diversi piani. In autunno, con le sue foglie di un intenso giallo-oro, è una visione davvero stupenda, e a me ha sempre dato l’idea come di una pennellata impertinente, di una secchiata di colore così incongrua e bella da figurarmi uno stormo di canarini capitati lì all’improvviso da chissà dove e magicamente metamorfosati in migliaia di foglioline.
Era il mio albero preferito, uno dei miei segnavia, tanto da decidere di seminarne tre sul balconcino che avevo a Firenze. Uno di questi è riuscito a germinare e a sopravvivere. Quando poi ho lasciato la Toscana, il mio piccolo ginkgo, alto meno d’un metro, è stata l’unica pianta a venir via con me.
A distanza di anni è ancora vivo e spero sempre che un giorno le sue radici possano affondare finalmente nella terra e che non siano più costrette in due decimetri cubi di terriccio, ma prima mi sa che dovrò trovare il giusto destino per tutti i miei amori [In realtà, alle Cascine, gli esemplari di ginkgo sono diversi e non semplicemente uno, come si evince anche dalla foto qui in alto. Per la cronaca, il mio ginkgo biloba è ancora vivo ed è stato finalmente interrato nel 2015. NdA del 9/1/2017].

Ciò che manca all’uomo civilizzato è una poetica ambientale e costruttiva che lo porti a non basare le sue creazioni architettoniche su un sistematico addomesticamento della natura e della spontaneità.
L’urbanistica ha forzato gli spazi e le costruzioni dentro un’idea autoritaria degli insediamenti, finendo per riprodurre il mondo in un insieme di luoghi tendenzialmente concentrazionari, come ad esempio le megalopoli contemporanee, luoghi dove ciò che un tempo era comune (a partire dalle comunità di cuore: amanti, amici, famiglia, “branco”) viene smembrato, atomizzato e rivenduto sotto forma di surrogati parcellari e meramente spettacolari.

In questo mondo di spiriti impiegatizi, neanche un figlio di buona donna come Rimbaud saprebbe più dov’andare a ficcarsi per negoziare le proprie contraddizioni. L’avventura è morta e la curiosità dell’uomo si è svilita in turismo di massa e divertimenti organizzati.
Qui, il sogno e il desiderio servono ormai solo a vendere nuovi prodotti, nuovi spazi pubblicitari, e non a preparare il risveglio o ad alimentare l’amicizia verso il mondo. Qui, la vita ha lasciato il posto alla sopravvivenza, e la miseria arricchita (di natura più emozionale che economica) induce gli uomini ad arroccarsi all’interno dei loro fortilizi domestici nella speranza di poter preservare l’essenziale, sprofondandoli invece sempre più in una barbarie autistica e in una lancinante mancanza di senso.

“Senso” è uno di quei termini con cui infarciamo abitualmente i nostri discorsi – insieme a parole come vita, mondo, essere, libertà, ecc. –, eppure ci accorgiamo spesso di non sapere più cosa voglia realmente significare.
Pur partendo dal presupposto che per “senso” s’intenda solitamente il senso comune del mondo (o di parti di esso), ciò non semplifica affatto il tentativo di definirlo e di capire come farne una categoria comunicabile e riproducibile.
A mio avviso, il senso nasce sempre da un addensamento di elementi del mondo, quindi da un movimento di forze (di vettori) che porta alla nascita o al riconoscimento, all’interno di una comunanza tra me e quegli stessi elementi, di qualcosa che io esperisco come vero e che tende a dare unità ai frammenti della mia vita.
Il movimento dell’esistente, ovvero la materia vivente che si ricombina senza posa, ha diverse intensità e quindi può variare enormemente la qualità delle relazioni tra gli elementi in gioco. Tale qualità è il senso. E i picchi di senso portano a toccare gli estremi del possibile o a metterli in discussione. In questi casi, quando si raggiunge l’acme dei movimenti qualitativi, possiamo parlare di amore, poesia, bellezza – parlarne certo in modo sempre approssimativo, manchevole, perché i movimenti di cui parlo non sono mai delimitabili del tutto e sfuggono spesso ai lacci del pensiero. Nondimeno il loro avvento resta il culmine, il coagulo essenziale della migliore umanità, e in quanto tale, pur sfuggendo in parte ai labili confini del pensiero simbolico, ci ricorda che siamo vivi e che in mano abbiamo delle carte che possiamo sempre giocare con arguzia, se troviamo il coraggio per accettare l’azzardo dell’esistenza senza farci dissuadere da una salvezza impossibile.

A Firenze, ho conosciuto la qualità del movimento e ho permesso che gli incontri divenissero eventualità, rilanci, tappe di una volontà che non si frenava davanti all’evidenza di una città ingessata, seppellita sotto i più triti cliché turistici.
La qualità del movimento è pressoché nulla, se non ci diamo un luogo per incontrare l’Altro e per concepire nuove partenze senza sentirci arrivati.
Bisogna capire che non sempre il viaggio è un’esperienza e che la flânerie resta un’occupazione ottusa, se colui che si muove attraverso lo spazio non pone alcun riguardo alle possibili intese col mondo.
I luoghi restano vivi finché non muore anche l’ultimo uomo disposto ad accogliervi i ritmi della libertà. Tutto il resto è solo circolazione autistica, dequalificante, ormai del tutto funzionale al mondo della merce.

Arrivai per la prima volta a Santa Maria Novella il 2 gennaio di molti anni fa. C’era in ballo un rendez-vous fissato già da alcuni giorni e al quale non potevo mancare. La mia mente viaggiava veloce, andava anche più veloce del treno regionale preso a Viareggio. Avrei finalmente incontrato la giovane donna con cui intrattenevo da un paio di settimane un intenso scambio di lettere e telefonate. La mia mente volava. L’immaginazione ricamava in modo inconsulto un insieme di tenerezze acerbe, uscite a mal partito dall’adolescenza appena archiviata. C’era tutto un mondo da scoprire, dissodare. Mi sentivo pronto. La mente era piena di semi. Calavo quindi a Firenze assai baldanzoso, e anche un po’ trasognato, con un’idea di bellezza tutta da verificare. Niente però faceva pensare che la mia vita sarebbe diventata a dir poco forsennata nel breve volgere di qualche mese, né potevo prevedere che la stazione di Santa Maria Novella sarebbe rimasta per anni il crocevia e la levatrice di tutti i miei amori.
Quella sera, seduti sulle scale di piazza Santissima Annunziata, proprio di fronte allo Spedale degli Innocenti, siamo rimasti a parlare amabilmente per un paio d’ore. Al centro della piazza troneggiava la riproduzione in scala reale di una nave vichinga, vistosa appendice stradale di una mostra sul popolo nordico in corso a Firenze proprio in quei giorni.
Nel riverbero delle luci artificiali, la drakkar piantata lì nel mezzo era una visione davvero surreale, e a distanza di vent’anni mi appare ormai come una metafora ovvia ed ironica di ciò che ho sempre cercato di fuggire: ossia lo spiaggiamento nella vita circostante, l’arenarmi tra le costruzioni linde e grigie del buonsenso, il venire a patti con la morte.
Le navi sono fatte per il mare, come io son fatto per restare inquieto e mobile al centro della mia presenza. C’è chi parlerebbe di fato. Io parlo invece più propriamente di una reale amicizia nei confronti del destino.

Settembre-ottobre 2011

(5 – fine)

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