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Un sostanzioso estratto dall’opera che vado attualmente elaborando a partire dal pensiero del filosofo tedesco Max Stirner. [Nell’illustrazione: street art ad Alessandria del Carretto, piccolo comune in provincia di Cosenza. La realizzazione è di Paolo Napoli, mentre la foto è stata scattata da Sara Berardi.].

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L’homo sapiens s’interroga sulle forme e sulla sostanza dell’esistente dagli albori della civiltà. Vi cerca un senso. Sceglie o s’impone una direzione. Si sente gettato nel mondo in modo quasi inopinato e crede che ci debba essere una necessità. Vive e muore come tutto il resto, con tutto il resto, ma non è convinto, ha paura, si percepisce solo, isolato dall’essenziale, e costruisce pertanto una serie di strutture, protesi, mediazioni per colmare lo iato tra sé e l’esistente. Si dà delle cause per convincersi di esserne l’effetto, oppure, in modo quasi autistico, si vuole come causa di gran parte degli effetti. Modella la pietra, governa il fuoco, ricostruisce senza posa gran parte del paesaggio. Si lega quindi ai suoi casamenti, ai suoi sistemi di pensiero, colleziona cose, fissa idee, ritiene di averla sfangata annettendosi i valori che egli stesso ha imposto al mondo.

Eppure, malgrado tutto questo lavorìo dell’umano, la compiutezza non sta nelle forme, nelle fissità, bensì nella trama dei percorsi che esalta e rilancia la presenza del vivente. In altre parole, ciò che si chiama sostanza è l’insieme delle relazioni tra i disegni della realtà – ossia il movimento, i territori sempre mutevoli da cui emerge l’unicità – da intendere sia come movimento della materia, sia come materia del movimento.

Allontanatosi dalla natura, l’uomo ha perso (o superato) l’immediatezza che contraddistingue l’animale, vale a dire il fatto di esserci e di accadere per come si è. Ha posto dunque una distanza tra sé e tutto il resto salvando la pelle grazie al corpo sociale della specie. Ma un tale divario dà origine a tutti i processi che impongono un dover essere. L’uomo si sente in difetto, non crede più alla bontà della sua immediatezza e costruisce progetti per la propria “redenzione”: si dà dei fini, si subordina ad un finalismo, ad una teleologia. L’uomo si perde così dietro le sue cause, le sue missioni: Dio, il sacro, la causa sui; altrettante linee o visioni che lo scavalcano, lo ingabbiano, allontanandolo tendenzialmente da se stesso e dalle sue affezioni più autentiche.

Nel mondo dei civilizzati, non si esce dalla linearità o dalla circolarità che è stata imposta al reale. Riusciamo solo, di tanto in tanto, a fermarci in un punto, ad inventare degli estremi, dei poli, all’interno di un intervallo momentaneo, e a farne scaturire una critica, un’esplosione. Incarnando quella critica – quell’insurrezione –, noi aboliamo la distanza verso noi stessi e verso il mondo, ci ammiriamo nel vorticare, eleggiamo il senso della nostra vita nella folgorazione di un istante, assumiamo il destino di un corpo, di una carne, e non ci vogliamo più altrove, se non proiettati in un tentativo di replica del medesimo scatenamento o ritrovamento.

In esergo e alla fine del suo Der Einzige, Max Stirner colloca un verso di Goethe: Ich hab’ Mein Sach’ auf Nichts gestellt1 – in italiano, letteralmente: “Io ho posto la mia causa su nulla”. Il termine tedesco Sache sta infatti per “causa”, “missione”, “questione”, “oggetto”, mentre gestellt è il participio passato del verbo stellen (“porre”, “basare”, “fondare”). Si noti poi che Goethe scrive “su nulla” (auf Nicht) e non “sul nulla” (auf das Nichts), come è stato invece malamente tradotto o interpretato in diverse occasioni. Il primo traduttore italiano dell’Unico, Ettore Zoccoli, rese ad esempio il verso goethiano addirittura con un roboante: «Io ho riposto le mie brame nel nulla»2, e ancora nel 1971 capitava di veder pubblicata un’antologia di testi sul pensiero anarchico che comprendeva una versione dell’Unico con la medesima inesattezza: «Io ho fondato la mia causa sul nulla»3. Già più pertinente la traduzione francese di Henri Lasvignes del 1900: «Je n’ai mis ma cause en rien»4.

La precisazione è doverosa, anche perché la fa lo stesso Stirner nel rispondere alla critica del Der Einzige avanzata da Ludwig Feuerbach: «Della frase di Stirner: “Io ho fondato la mia causa su nulla”, Feuerbach trattiene “il nulla” e ne ricava che l’egoista [stirneriano] è un pio ateo (…). Ed è forse questo il caso di Stirner, quando non gli si imponga “il nulla” partendo da “nulla” ?»5.

Non si tratta di una sottigliezza, di una questione di lana caprina. Stirner usa il termine Nichts per intendere “niente”, “per niente”, “alcunché”, e non certo per riferirsi al concetto di nulla. Non fonda quindi la sua causa sul nulla. Molto più precisamente, vuole affermare fin da subito che egli fa a meno di ogni causa, non accetta alcuna vocazione e non subordina se stesso ad un oggetto, ad uno scopo. (…)

Dopo appena un paio di pagine, ossia verso la fine del breve cappello introduttivo al Der Einzige, Stirner chiude il preambolo su causa e dintorni affermando: «Lungi da me (…) qualunque causa [Sache] che non sia interamente la mia causa! (…) Il divino è causa di dio, l’umano è causa “dell’uomo”. La mia causa non è né il divino, né l’umano, essa non è il vero, il buono, il giusto, il libero ecc., ma solo ciò che è mio, e non si tratta di una causa generale, ma – unica, come unico sono io. Non c’è nulla al di sopra di me!»; e al capoverso precedente: «Io non sono il nulla nel senso del vuoto [Leerheit], bensì il nulla creatore [das schöpferische Nichts], il nulla dal quale io stesso, in quanto creatore, creo tutto»6.

Ora, già qui le cose sembrano complicarsi. Anzi, paiono entrare addirittura in contraddizione. Ma come? Dapprima Stirner ci dice che ha fondato la sua causa su nulla e poi viene a parlarci addirittura di un “nulla creatore” e di una causa “unica”? L’inghippo va indagato.

Le parole del filosofo tedesco mettono in discussione ogni finalismo. In particolare, esse sabotano ogni riferimento a valori sociali, morali. Il singolo individuo si scopre unico e giunge a ritenere uniche anche le proprie volontà, le proprie relazioni col mondo; non ha bisogno di riferirsi a cause esterne per dare un senso alla vita e a ciò che esiste; parte da sé e ritorna a sé incessantemente; non approva i criteri di valutazione astratti della società umano-femminile; rigetta il dominio dei valori sociali perché provengono da “verità”, “ideali”, “libertà” che tendono a limitare la sua potenza, la sua forza. La lotta per difendere e sviluppare la propria unicità, nonché per goderne in piena autonomia, diventano quindi la sua sola “vocazione”, il suo unico metodo gnoseologico.

Il nulla creatore è la soglia su cui il mondo prende forma in me. È il piano – il territorio – su cui ciò che esiste si ferma a pensarmi, a vivermi, restando tuttavia sempre in una tensione, in un tentativo di ordine, lungo una linea di fuga che regola e seduce ogni andamento. Io mi approprio di questo spazio – di questo territorio infimo, immane – e ne faccio la mia tana, ma anche la mia stazione di lancio. Mi muovo in esso, intorno ad esso, ne faccio il mio corpo, la mia “biografia”, e a partire da esso getto ponti, do forma a interi mondi, assumo il rigore di ciò che esiste (di ciò che esiste anche grazie a me), però non gli consento di soverchiarmi, tento di frenarne il più possibile la logica di dissolvimento, e mi spingo costantemente ai margini, sull’orlo del mio spazio, da cui entro in relazione con tutto il resto e dove il mio pensiero e i miei affetti diventano un’osmosi, un plasmare me stesso nel cosmo e il cosmo in me stesso e negli altri.

La soglia è il luogo della mia tumultescenza, ossia il piano su cui la mia unicità trova la congiunzione (non ideale, ma mia, unica) tra le mie tumescenze – i miei rigori gioiosi, carnali, ingovernabili – e il tumulto, l’insurrezione che mi scaglia oltre i limiti dell’esistenza e della società facendomi partecipe di ogni mio possibile.

L’attraversamento della soglia – l’andirivieni che la costituisce e la dissolve senza posa – è l’azione creatrice di questo “nulla” che si sa e si dice unico, il quale non si attarda a rappresentare i transiti (se lo fa, quando lo fa, è per trovare un ritmo, tenere il passo), e che si serve eventualmente delle descrizioni letterarie – poetiche – solo per trattenere una particola dei suoi godimenti, nonché per adescare, con forme proprie, nuovi complici e nuovi amanti oltre l’attualità stessa del proprio godimento.

Proprio alla fine del Der Einzige, Stirner prova a chiudere il cerchio riprendendo il concetto di questo “nulla” che creerebbe se stesso: «Io sono proprietario della mia potenza [Gewalt], e lo sono quando so di essere unico. Nell’unico, il proprie­tario ritorna al suo nulla creatore, da cui è na­to. Ogni essere posto sopra di me, sia esso Dio o l’uomo, indebolisce il sentimento [Gefühl] della mia unicità e impallidi­sce non appena risplende il sole di questa mia coscienza [Bewußtsein]. Se ripongo la mia causa su di me, l’unico, essa pog­gia sul caduco, mortale creatore di sé che se stesso con­suma, e posso dire: Ho fondato la mia causa su nulla»7.

L’unicità del vivente emerge quindi dalla corrente del divenire e va a creare una persistenza della materia, un addensamento di energie che sembra avere una sua specificità irriducibile, benché effimera. Rilanciando vita e morte – queste segmentazioni della materia “animata”, questi affioramenti di senso –, la mia forza mi fornisce la consapevolezza per attraversare una specifica configurazione del cosmo. In tutto questo, bisogna però intuire la continuità tra gli unici, i rilanci, la capacità di ritagliarsi una soglia tra vita e morte aggrappandosi alla manica del divenire insieme agli altri – e senza mai prescindere dall’unicità degli altri.

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1 Max Stirner, Der Einzige und sein Eigentum [L’unico e la sua proprietà, 1844], Reclam, Stuttgart, 1972, p. 3, 412. Il testo poetico di J.W. Goethe da cui Stirner trae il verso è Vanitas! vanitatum vanitas! (1806). Da ora in avanti, le citazioni dall’edizione Reclam del Der Einzige di Stirner saranno indicate con la lettera E e il numero di pagina. Le traduzioni dei passi sono mie.

2 Max Stirner, L’Unico, versione dal tedesco e introduz. di E. Zoccoli, F.lli Bocca Editori, Torino, 1902, p.1.

3 Gli anarchici, a cura di G.M. Bravo, UTET, Torino, pp. 321 e 670.

4 Max Stirner, L’Unique et sa propriété, Éditions de la Revue Blanche, Paris, 1900, p. 1.

5 Max Stirner’s Kleinere Schriften und Entgegnungen auf die Kritik seines Werkes: „Der Einzige und sein Eigenthum“ aus den Jahren 1842-1848, a cura di John Henry Mackay, Bernhard Zack’s Verlag, Berlin, 1914, p. 380: «Aus Stirners „Ich hab’ mein Sach’ auf Nichts gestellt“ macht Feuerbach „das Nichts“ und bringt dann heraus, dass der Egoist ein frommer Atheist sei (…). Trifft das nicht bei Stirner ein, zumal wenn ihm nicht das Nichts für Nichts aufgebürdet wird?». 

6 E, 5.

7 E, 412.

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