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brunovergauwen

 

(…) Io stesso, non sono stato il malcapitato messaggero di un pensiero più forte di me, né il suo zimbello, né la sua vittima, perché questo pensiero, se mi ha vinto, ha vinto solo grazie a me, e alla fine lei è sempre stata alla mia altezza, l’ho amata e non ho amato che lei, e tutto quel che è accaduto io l’ho voluto, e avendo avuto occhi solo per lei, ovunque essa sia stata e ovunque io abbia potuto essere, nell’assenza, nella sventura, nella fatalità delle cose morte, nella necessità delle cose vive, nella fatica del lavoro, nei volti nati dalla mia curiosità, nelle mie parole false, nei miei giuramenti bugiardi, nel silenzio e nella notte, le ho dato tutta la mia forza e lei mi ha dato tutta la sua, in modo che questa forza troppo grande, incapace d’esser rovinata da alcunché, forse ci vota ad una sventura smisurata, ma se è così, una tale sventura la prendo su di me e ne gioisco a dismisura, e le dico eternamente: “Vieni”, e lei, eternamente, è qui.

Maurice Blanchot, L’arrêt de mort, Gallimard, Paris, 1948, p. 127. Traduz.: C. Mangone. Illustrazione: Bruno Vergauwen.

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Blanchot encore (il frattale di Rilke)

A sigillare l’elegia, Rilke appone questo di verso:

il dappertutto si tende sull’in-nessun-luogo

Il pensiero dello spazio e dell’apertura, di ogni sua apertura possibile, passa per il nostro abitare in quanto mortali. Ascoltiamolo nelle parole di Heidegger:

«Spazi e con loro “lo” spazio sono sempre disposti nella dimora dei mortali. Spazi si aprono in virtù del fatto che vengono inseriti nell’abitare dell’uomo. Che i mortali sono, vuole dire a dire (sic) che abitano, determinano spazi in base alla loro dimora presso cose e luoghi. E soltanto perché i mortali secondo la loro determinano spazi stando in essi, essi lì possono attraversare. Tuttavia camminando non rinunciano a dimorarvi.»

Nessuno più di Blanchot ha attraversato la propria morte fino ad abitarla. Essere già la propria morte instaura il dialogo ininterrotto con la propria lingua, la propria voce, quella stessa che vuole dire al dire la morte.
Dire la propria morte, fino al punto di arrestarla dilatata in ognuno degli istanti che ci uniscono-separano da lei.
Il ponte di Heidelberg che camminiamo e attraversiamo di senso.
Abitare la propria morte come l’ombrello dimenticato di Nietzsche.
Ogni punto è fratto, spezza la linea delle Parche.
Qui, “nella Quadruplicità”, il senso del nostro essere mortali precede ubiquo la vita.
Solo essendo già morti da sempre possiamo viverci. La vita e la morte scritta a fronte e sul verso della stessa pelle.
Il nostro dire sì alla vita con dentro la morte, fin dentro la morte.
Libertà è questo nostro riproporci sempre risorgenti e ubiqui e vivi nella nostra morte.
L’arco è ripiegato in un continuum innumere di vite e di morti. L’uomo abita solo il luogo in cui è già da sempre inscritto. La forma dell’ubiquità viene prima della vita morte in cui abitiamo e anzi la esige.

«Piuttosto attraversiamo gli spazi in modo da esperirli trattenendoci costantemente presso luoghi e cose vicini e lontani. Quando io vado verso l’uscita della sala, sono già là e non potrei affatto andarci se non fosse così. Io non sono mai soltanto qui come corpo incapsulato, bensì io sono là, cioè già pervado lo spazio e solo così posso attraversarlo» (M. Heidegger).

La ventura e la sventura sono solo accentuazioni dell’essere qui, di quell’attraversare e abitare che «forse ci vota ad una sventura smisurata, ma se è così, una tale sventura la prendo su di me e ne gioisco a dismisura, e le dico eternamente: “Vieni”, e lei, eternamente, è qui».

Filippo Pretolani (gallizio)

 

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Il sapere non riposa. Il corpo non si decanta. La scrittura secerne approssimazioni che ci rendono impazienti. L’esposizione ci costringe peraltro ad escogitare una prossimità nell’eterno rilancio del senso.
Io mi dirigo verso di te, eppure non mi posiziono, né pretendo che tu mi faccia da segnavia. Nell’andamento, ritrovo l’unione dei miei passi incrociando i sentieri che sono tuoi. Ancora: non aver mai smesso di ricredermi – sull’uomo, sulle parole – accarezzando con gioia l’indicibilità di ogni corpo assunto dall’amicizia. Ancora: pretendere che ogni transito tra me e te assegni compiutezze al nostro parlarci, al nostro andare, senza l’esigenza di ridurci all’orizzonte.
Il comune non ci accomuna più, se non nella disattenzione quotidiana verso la morte sempre immeritata e sempre da meritare.
Credere che basti un attimo. Credere che basti uccidere una parola al giorno: disastro o ispirazione o amore. Invece, ci si ritrova a bisbigliare frasi affettuose all’ignoto e a costruire una nuova attesa per non attendere più la fortuna: un’attesa che annette il tuo territorio senza invaderlo e dove tu sei il possibile dell’attesa, ma anche il suo continuo dislocamento attraverso la mia stessa presenza.
Io attendo ciò che sono – ossia l’unico – l’unico ad avere la mia sola morte – e ne attendo la conferma dalla parte migliore della nostra possibile intesa. Se essa non verrà – questa conferma inconfessabile –, io morirò pur sempre della mia vita, ma a quel punto avrò mancato, mio malgrado, uno dei suoi possibili godimenti.

Carmine Mangone

 

N.B.: i testi di “accompagnamento” sono stati scritti la sera del 3 marzo 2017 nell’arco di circa un’ora. A quanto pare, i due autori erano separati geograficamente in un modo non così incolmabile, visto che essi convergono su alcuni punti senza che ci sia stata, in origine, la deliberata intenzione di far collimare le proprie rispettive riflessioni.

 

 

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