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[ Il testo che segue è tratto da Il corpo esplicito, edizioni Paginauno, maggio 2017. ]

 

Prendendo in considerazione i reperti archeologici giunti fino a noi, possiamo affermare con certezza che la rappresentazione umana del sesso era già ricca e matura nell’antico Egitto.
Un documento eccezionale è il cosiddetto “Papiro erotico di Torino”, inventariato con il numero 55001 presso il Museo Egizio del capoluogo piemontese. Risalente presumibilmente al XII secolo a.C., ossia all’epoca ramesside, il papiro era costituito in origine da una parte satirica e da una parte erotica, ma a tutt’oggi si conserva solo la seconda, per quanto gravemente danneggiata. Conosciamo comunque l’intero contenuto iconografico del reperto grazie alle riproduzioni eseguite nell’Ottocento dall’egittologo Ippolito Rosellini.
La sezione erotica del documento contiene dodici vignette raffiguranti giochi amorosi eterosessuali e scene grottesche a sfondo sessuale. Sui margini del papiro, figurano inoltre commenti gioiosi ed espliciti, del tipo: «…venite dietro di me col vostro amore, oh! Sole, avete scoperchiato il mio cuore, che lieta fatica…».
Anticipando di circa 1600-1700 anni la prima edizione del Kāma Sūtra (il famoso testo indiano sui comportamenti sessuali), il papiro 55001 illustra svariate posizioni amatorie e lo fa con un’evidente giocosità. Quasi sicuramente era un’opera destinata a divertire – con un codice linguistico ‘basso’, ma non privo di raffinatezza – uomini di corte e membri delle classi abbienti.
Anteriore di 2-3 secoli è il Papiro di Ani, redatto dallo scriba omonimo durante la XVIII dinastia. Si tratta di una versione del Libro dei Morti egizio, che al capitolo XXI presenta una raffigurazione in cui si vede Iside inginocchiata davanti a un uomo mummificato e ritto in piedi. Secondo alcune interpretazioni, la dea sta praticando una fellatio per riportare in vita il morto.
È noto peraltro che gli egizi credessero a un’attività sessuale anche oltre la morte e che, per questo, fornissero le mummie maschili di un pene finto e quelle femminili di due seni posticci. All’epoca, si usavano pozioni e pomate per uso contraccettivo o per curare l’impotenza e i disturbi dell’apparato genitale: il Papiro Ebers (1550 a.C.), alla prescrizione 633, riporta la ricetta di un unguento da applicare localmente sul pene per rinvigorirlo e i cui ingredienti sono giusquiamo, salice, ginepro, acacia, giuggiolo, mirra, ocra gialla e rossa. Non bisogna poi dimenticare i tanti riferimenti alla sessualità nella mitologia egizia. Il dio Shu, insieme alla sorella e moglie Tefnut, nacque dallo sperma di Atum, il dio creatore, il quale li aveva generati masturbandosi (in un papiro conservato al British Museum, il n. 10 018, si vede addirittura Atum praticarsi un’autofellatio!). Il dio della fertilità, Min, era raffigurato sempre con il pene eretto, e durante il Nuovo Regno (1550-1078 a.C.) lo si ingraziava a ogni incoronazione per garantire vigore fisico e un erede maschio al nuovo faraone.
Insomma, per gli egizi, ancor prima di greci e romani, l’erotismo aveva preso una forte caratterizzazione simbolico-sociale e rappresentava a tutti gli effetti un aspetto essenziale della vita umana.

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