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Di seguito, un estratto dalla mia ultima pubblicazione: Il corpo esplicito. Breve storia critica dell’erotismo occidentale, Paginauno edizioni, maggio 2017.

Le foto (dall’alto in basso) sono di: anonimo (anni Venti?); Man RayNu attaché, 1930 (?); Diane ArbusBurlesque Comedienne in her Dressing Room, 1963; Pierre Molinier, Fellatio, 1970 (ca.); Robert MapplethorpeCock and Gun, 1982; coalesced.photography.

 

 

(…) è con l’avvento della fotografia che si accelera lo sviluppo di un immaginario pornografico di massa. La riproducibilità tecnica introdotta dal processo fotografico, rispetto alla stampa tipografica o alle convenzionali arti figurative, facilita infatti la produzione delle immagini pornografiche e ne incrementa la diffusione su scala sociale. Il corpo diventa soprattutto idea fissa e immagine del corpo: ‘negativo’ da riprodurre e valorizzare indefinitamente, in un territorio neutro, fatto di luci e ombre che lo rendono astratto, fruibile, spendibile senza limiti. L’immagine del corpo – la sua figurazione stabilizzata – lo rende un simulacro, lo strappa alla natura incomunicabile della sua unicità e lo dà in pasto all’altro. Su un versante non solo teoretico, l’unità metafisica di essenza ed esistenza, compiuta e chiusa in se stessa, la quale è stata per secoli il fondamento del pensiero umano, viene a essere disgregata dalla riproduzione del suo contenitore principe: il corpo, il corpus , la concretezza e la funzione materiale dell’idea-corpo. Si meccanizzano la suggestione, la seduzione, il desiderio; li si formula iconicamente astraendoli dagli affetti, dal corpo stesso, ed essi si organizzano intorno a una nuova ritualità delle passioni, introducendo un diritto di proprietà sia sull’immagine del corpo, sia sulle figure del godimento. Il gioco dei simulacri trasporta e lavora le passioni sul piano di uno scambio simbolico, il quale non fa altro che virtualizzare le relazioni e le azioni comuni, mutandole in ‘comunicazioni’ e facendo di ogni simulacro (di ogni comunicazione) il supporto fantasmatico e seducente della vita possibile. Questa dinamica di rovesciamento, di ‘corruzione’ della vita – dalla compiutezza delle relazioni carnali al relazionarsi mediante i simulacri della carnalità – è una delle ‘perversioni’ del capitale: la sua iconizzazione erotica, la sua narrazione spassionata.


Louis Daguerre perfeziona nel 1839 il suo procedimento fotografico, noto appunto con il nome di dagherrotipo, e fin da subito il nudo e le pose erotiche diventano un filone essenziale della fotografia. Benché la loro iniziale diffusione sia stata di natura affatto sotterranea e confidenziale, le foto di nudo ‘artistico’ o deliberatamente pornografiche hanno innescato una vera e propria compulsione iconografica, che ha raggiunto l’acme nel Ventesimo secolo, in parallelo alla progressiva liberalizzazione dei costumi sessuali. La celebre rivista erotica Playboy di Hugh Hefner nasce a Chicago nel 1953. Qualche anno prima (nel 1948), la Polaroid mette in commercio la prima macchina fotografica istantanea, mezzo che consente ai fotoamatori di evitare il laboratorio fotografico e la cui introduzione aumenta quindi a dismisura gli scatti erotici a uso privato e non commerciale. Negli anni Settanta, sulla scia di un generale ridimensionamento del concetto di offesa al pudore, cominciano a pullulare pubblicazioni con contenuti sessualmente espliciti e nasce così la pornografia hardcore
(in àmbito giurisprudenziale, si veda la sentenza 413 U.S. 15 della Corte Suprema degli Stati Uniti, risalente al 1973 e nota come Miller v. California, la quale ridefinisce la nozione di oscenità. Curiosamente, il termine hard core pornography era stato introdotto nel 1957 da un’altra sentenza della Corte Suprema, la 354 U.S. 476, detta Roth v. United States). Con l’avvento della fotografia digitale e del Web – soprattutto con la capillare diffusione dei mobile devices – si sviluppa infine una massa ipertrofica di immagini di fruizione immediata, domestica, ormai alla portata di tutti, e che riesce a rappresentare, anche in maniera perfettamente anonima, ogni esigenza erotica individuale o di gruppo.

Secondo la fotografa americana Diane Arbus: «Una fotografia è un segreto a proposito di un segreto. Quanto più ti dice, tanto meno sai.» Volendo partire da questa affermazione, potremmo chiederci: qual è il segreto della fotografia erotica? Che cosa cerca di dirci? Quanto e cosa perdiamo quando essa ci dice troppo (come accade nel caso delle immagini pornografiche)?
Una fotografia è sempre lo svelamento di un momento verosimile. Simulacro singolare, che assicura per sempre il sensibile ai suoi agenti corporali, legandoli a un preciso istante, a una precisa costruzione di forme e circostanze. Rispetto alla pittura e alle arti figurative, che creano generalmente ciò che l’occhio vuole vedere, la fotografia restituisce il particolare di ciò che l’occhio sta vedendo o crede di vedere. La pittura s’interessa più alle forme, mentre la fotografia, anche nelle sue varianti artistiche, tenta di mettere a fuoco il momento, la situazione. Avendo la pretesa di documentare la realtà, la fotografia rappresenta un evento senza la necessità o la possibilità di svilupparne una narrazione. Nell’immediato, essa è legata alla cronaca, all’abbellimento della cronaca, non alla Storia. È un brandello di memoria che galleggia sull’oceano di tutte le possibili narrazioni; si aggancia a una di esse solo agli occhi di chi ne storicizza il pretesto, l’oggetto. I corpi che ne sono contenuti non la compiono; tracimano dalla sua cornice; vengono rappresentati in una continua evocazione della loro prossimità passata, presente o futura. La realtà viene congelata in un’immagine riproducibile ad libitum e quindi redistribuita socialmente in effigie con grande facilità. Connubio di luce, tecnica e verosimiglianza, la fotografia riporta fedelmente i confini dei corpi e degli oggetti ritratti; allo stesso tempo, ne rilancia smaniosamente le possibilità, lo sconfinamento, restando all’insegna della ripetizione e di un corpo sempre ulteriore. Uno dei segreti della fotografia è proprio questo bisogno di ulteriore, dettato dal desiderio tutto umano di dare continuità alle proprie visioni e al godimento che se ne può trarre. Le mancanze della foto vengono colmate dal desiderio. I corpi mancanti sono fissati in un eterno ritorno del simulacro, del simbolo. Il desiderio si serve delle immagini per costruire un ponte con cui attraversare i vuoti tra sé e l’altro. Il simbolo, ormai sfrangiato, frammentato, riprodotto ossessivamente, è il corpus delicti, lo svanire di ogni limitazione, nella riproducibilità tecnica e visuale del corpo; segreto di Pulcinella appartenente a una civiltà dove i corpi sono certificati dalla propria immagine, grazie alla quale i viventi si chiavano in uno scambio simbolico, che tende a distanziarli sempre più, ma che, allo stesso tempo, criticamente, li mette di fronte alla loro carnalità. Il segreto dell’immagine sta nel residuo d’immaginabile – d’immagine ulteriore – che porta in sé o davanti a sé. La fotografia non fa che accentuare questa capacità di rinviare, di aprire alla ripetizione, all’ulteriore; qualità che viene esaltata in particolare dalle figure erotiche e pornografiche.
In Occidente, l’essenza del godimento risiede nella ripetizione, nell’accumulazione, nel tentativo di replica dei piaceri. Non a caso, abbiamo avuto un’ars amandi, ossia un sapere legato alle tecniche seduttive e amorose. D’altronde, il godimento sessuale non è mai compiuto una volta per tutte: la sua dinamica annienta la durata, il ricordo; è un lampo che realizza un’unione formidabile (benché effimera e sostanzialmente incomunicabile) tra vita e vita – va quindi evocato, inventariato, rilanciato attraverso i segni che ne riferiscono almeno le forme esteriori, i corpi agenti o il desiderio che lo prepara. Nel movimento storico di emergenza dell’erotismo, le rappresentazioni del corpo – affettuose, amorose, oscene – hanno sempre avuto una presenza costante, diuturna. L’immaginario erotico è un insieme imprescindibile dell’esistenza umana. Le figure dell’eros o dell’osceno possono cambiare di segno, ma non muta la loro grande incidenza sulla vita dei singoli e delle comunità affettive che questi formano. Dalla fine del Novecento, però, si è andata sviluppando una sorta di inflazione iconografica che ha posto il corpo sessuato al centro della valorizzazione sociale. La funzione sociale della fotografia, superiore da sempre alle sue implicazioni estetiche, è diventata accumulazione e scambio simbolico dei corpi ritratti. Più precisamente: l’aumento generalizzato e continuo delle rappresentazioni carnali ha portato alla diminuzione delle relazioni autentiche e quindi alla riduzione della realtà carnale dei viventi, a tutto beneficio del valore di scambio di quelle stesse rappresentazioni. Nel territorio dell’immaginario erotico si è affermata la dinamica industriale dell’economia moderna, con una produzione a oltranza delle figure e delle rappresentazioni erotiche, cui è connesso funzionalmente un consumo delle immagini diuturno, abitudinario, anonimo, che conduce il loro fruitore a perdere cognizione dell’affetto possibile e a ricercare, nel dominio dell’immateriale, gli effetti di un minimo comune godimento.

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