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ad Angela Falchi

 

Supponiamo che io non possa più dire la distanza. Supponiamo che ogni parola sia soffocata dal disastro gentile che s’insinua. Ci sarà sempre un limite oltre il quale l’avvento di una breccia, qualunque essa sia, diventa una sfida alla morte e alla ragione che si porta dietro sempre un po’ di morte.

L’amicizia, ogni volta, ha il volto della sconosciuta che ti sorride sulla soglia dell’eventualità.

Redarguito il falco pellegrino, il cielo torna a riempirsi di rondini, ma l’indugio mio – picchiata dell’intenzione sulle ali incerte del pensiero – rimane ancora dalla parte della tempesta.

L’amore, anche nelle sue varianti ‘folli’, è la più alta forma di salute. Salute, non salvezza. L’amore, infatti, non ti salva e non ti salverà mai da ciò che non sei. È affermazione di una potenza, emergenza di un divenire condiviso; non salva, non risparmia alcunché, e nondimeno rende potenti, avvolgenti: un vero buco nero che inghiotte ogni sostanza, ogni più severa pretesa. (D’altronde, chi mai dovrebbe sentire il bisogno di una salvezza se non lo spirito servile? E che cosa finirebbe per rivelarsi questa stessa salvezza se non un semplice accorciamento o un mero alleggerimento della catena?).

Sei di quelle cose che armano le stelle nane bianche in fondo al vicolo cieco.

Ci sono tante anarchie, almeno quanti sono i propositi di aria buona. Accoglietene una e non siate servi di niente e di nessuno, neanche di quella che sarà la vostra idea d’anarchia. Nessuna bandiera dovrà mai celare gli altri che, in voi, son pronti da sempre a regalarvi un mondo, un affetto, una poesia micidiale.

Perché avete paura del rumore che fanno le vostre paure? Per quale motivo volete durare per forza nel vostro patetico tentativo di zittire le contraddizioni che vi fanno umani (cioè: animali con un senso indecidibile della propria morte)?
Sappiate che le contraddizioni vincono sempre. Ed è una fortuna. Voi non ve ne rendete conto, ma è proprio una fortuna. Senza contraddizioni, la vostra vita finirebbe per morire definitivamente, con voi o senza di voi, e la materia vivente continuerebbe pur sempre a strappare ‘poesia’ al fondo dell’universo.
Perdetevi piuttosto nel vostro buco nero. Godete dei vostri smarrimenti. Fatevi buco nero voi stessi. Non esiste salvezza che valga il bello di un nero pieno di stelle.

C’è stato un tempo in cui volevo cambiare in meglio il mondo; giudicarlo e fare del mio giudizio una spada.
Oggi, molto meno ottusamente, cerco di migliorare i miei mutamenti insieme ad una piccola porzione di mondo.
Intendiamoci, mi sento sempre in prima linea, sempre pronto ad azzannare il nemico incauto, ma la geometria degli eventi – la loro velocità, i miei turbamenti – non dipendono più dalla rigidità delle posizioni.
La prima linea è diventata una soglia: la soglia su cui voglio tenermi in piedi di fronte alla morte tenendo per mano i viventi che scelgo e che mi hanno scelto.
Voi dite che perderemo la partita? E sia! D’altronde l’abbiamo sempre saputo che la lotta è un destino irrimediabile. Nondimeno, nell’apoteosi mercantile dei falliti, è molto meglio perdere ogni contatto con il loro fallimento, non credete? Sarebbe disdicevole fallire il proprio perdimento.

Io sono un maschio fuori dall’alfabeto greco. Le mie erezioni si vogliono e si stagliano in un territorio al di là del bene e del male. – Non è il cazzo, infatti, a fregarmi, bensì la pochezza delle relazioni materiali che mi separano dagli altri e contro le quali non faccio che attaccarmi (banalmente) al cazzo.

Il problema essenziale dell’uomo? Preoccuparsi dell’umanità, dell’idea umana della vita, non dei viventi.

Io volevo fallire. Quindi non ho fallito.

 

[ Estate del 2017. Dall’alto in basso, foto di: Lina Scheynius; Victor Ivanovski; sonda Cassini (immagini di Encelado, uno dei satelliti del pianeta Saturno); collettivo 2002. ]

 

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