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Alcuni estratti dal mio Maldoror e la verità pratica. N.B.: ho omesso diverse note per non appesantire troppo la lettura. L’illustrazione che apre il post è di L.L. de Mars.

(…) Dopo la morte di Ducasse, Lacroix cede l’edizione originale di Maldoror al libraio Jean-Baptiste Rozez di Bruxellex, che la rilega e la commercializza con una copertina diversa. È questa l’edizione che finirà tra le mani di alcuni giovani scrittori belgi che, non solo ne pubblicheranno un estratto sulla loro rivista nel 1885, ma ne spediranno pure alcune copie in Francia a Bloy, Huysmans e Péladan. Léon Bloy, a sua volta, dedicherà a Les Chants de Maldoror cinque paragrafi del romanzo Le Désespéré e un articolo sul periodico La Plume, restando però convinto che l’autore avesse finito i suoi giorni rinchiuso in manicomio. Dello stesso avviso sarà Remy de Gourmont, che nel 1891 rivela l’esistenza dei due fascicoli di Poésies, dei quali fino ad allora si era persa ogni traccia. Ma bisogna attendere il 1914 perché Valery Larbaud ricordi sulle pagine di La Phalange la presenza alla Bibliothèque nationale dei soli esemplari noti di Poésies. Venuto a conoscenza dell’articolo di Larbaud, sarà André Breton a ricopiare a mano Poésies I e II e a pubblicarne il testo sulla rivista Littérature nel 1919.

A partire da quel momento, ha inizio la fortuna postuma di Ducasse. I suoi testi vengono salvati definitivamente dall’oblio. Le riedizioni di Maldoror e delle Poésies s’infittiscono. E nasce, tra le due guerre mondiali, l’agiografia surrealista di Lautréamont. (…)

Per Breton l’opera del montevideano è la quintessenza stessa della rivolta e sembra accordarsi alla perfezione con il bisogno di cambiamento radicale che molti giovani intellettuali avvertono prepotentemente all’indomani della Grande Guerra: «Agli occhi di certi poeti d’oggi, i Canti di Maldoror e le Poesie risplendono di un bagliore incomparabile; sono l’espressione di una rivelazione totale che sembra eccedere le possibilità umane. (…) Un occhio assolutamente vergine fa la posta al progredire scientifico del mondo, va oltre il carattere scientemente utilitario di tale perfezionamento, lo situa con tutto il resto nella luce stessa dell’apocalisse. Apocalisse definitiva, quest’opera, in cui si smarriscono e si esaltano le grandi pulsioni istintive al contatto d’una gabbia d’amianto in cui è rinchiuso un cuore al calor bianco. Tutto ciò che di più audace si penserà e s’intraprenderà attraverso i secoli, ha trovato qui una formulazione preliminare della sua legge magica. Il verbo, non più lo stile, subisce con Lautréamont una crisi fondamentale, segna un nuovo inizio. La si fa finita coi limiti che costringevano i rapporti tra parola e parola, tra cosa e cosa. Un principio di mutamento perpetuo si è impadronito degli oggetti come delle idee, e tende alla loro totale liberazione, la quale, a sua volta, implica quella dell’uomo»1. (…)

I surrealisti hanno dimostrato spesso uno scarso senso dell’umorismo e un’autoironia pressoché nulla, soprattutto quando qualcuno si azzardava a criticarne obiettivi e scelte di campo. Un esempio lampante, e che ha sicuramente degli aspetti emblematici, è la polemica scoppiata nell’autunno del 1954 tra il gruppo di Breton e l’Internazionale lettrista2.

In quell’anno cadeva il centenario della nascita di Rimbaud, ed erano previste delle celebrazioni ufficiali a Charleville, sua città natale. I surrealisti decidono di boicottare le commemorazioni e redigono una dichiarazione collettiva, Ça commence bien (Si comincia bene), firmata anche dai giovani lettristi, in cui si attacca violentemente il comitato patrocinatore, e in particolare Pierre Petitfils, messo alla berlina per aver preso una cantonata madornale attribuendo al giovanissimo Rimbaud un sonetto di Scarron, poeta francese del Seicento. Ma a un certo punto qualcosa va storto. I surrealisti si rifiutano di manifestare a Charleville come chiesto dai lettristi e bocciano un documento comune elaborato da Debord e Legrand, dando così inizio ad un velenoso scambio di accuse. Il colmo si raggiunge con un volantino datato 13 ottobre 19543, in cui il gruppo surrealista si copre di ridicolo accusando i lettristi di stalinismo e bacchettandoli severamente per un plagio di Lenin inserito da Debord nella bozza di comunicato congiunto! (È evidente che il Ducasse che plagia Pascal è un genio, mentre un Debord che corregge Lenin è solo degno di riprovazione! Misteri della fede!).

In un volantino di pochi giorni prima l’I.L. era stata altrettanto dura, quantunque più incisiva nel criticare la ritirata dei surrealisti sul terreno della cultura: «Lo scandalo all’interno di un sistema non ha alcuna conseguenza. I surrealisti rimangono vivamente ancorati ad un ordine economico che, a seconda dei momenti, dicono di rifiutare o ignorano, surrealisti di padre in figlio. Nei limiti della società borghese, vengono incoraggiati a fare un po’ di rumore, e coloro che se la cavano meglio possono anche diventare dei salariati (i mercanti d’arte e gli editori assumono e licenziano). Il rumore va però tenuto nei limiti della decenza. Gli stessi entro i quali si tollera uno scandalo in famiglia. Ogni tentativo d’andare oltre si scontra con le medesime repressioni, che hanno più un’origine finanziaria che morale. Bisogna giudicare gli altri dal loro modo di vita, non dalle loro frasi. Per i surrealisti, i problemi economici, la rivoluzione sociale non sono affatto fondamentali. Provano a convincersi di sfuggire alle contingenze, e sembrano crederci. Eppure vivono; consumano. A prima vista, non hanno nulla del capitalista, del falsario o del malvivente. Si potrebbe prenderli per impiegati o seminaristi. In effetti sono degli impiegati. Il Surrealismo e le sfilate goliardiche continueranno ad essere ammessi, in quella parte di disordine senza pericolo che costituisce la più sicura garanzia di buon proseguimento del Quartiere scolastico e del mondo borghese»4. (…)

L’ultimo Debord, nel parlare di Ducasse e della sua opera – che sembra aver attraversato indenne tutte le esperienze d’avanguardia del Novecento –, si avvicina curiosamente, con un’inaspettata vena lirica, al Breton degli anni Trenta. Parlando di un suo soggiorno in Alvernia, il teorico situazionista infatti scrive: «Era un paese di temporali. Si avvicinavano dappertutto senza rumore, annunciati dalla breve folata di un vento che serpeggiava fra l’erba, o da una serie d’improvvisi bagliori all’orizzonte; poi scatenavano il tuono e il fulmine, che allora ci cannoneggiavano a lungo, e da ogni parte, come in una fortezza assediata. Una sola volta, di notte, ho visto cadere il fulmine vicino a me, all’aperto: non si riesce a vedere dove ha colpito; tutto il paesaggio è contemporaneamente illuminato, per un attimo sorprendente. Niente mi pare aver dato nell’arte quest’impressione della luce definitiva, tranne la prosa usata da Lautréamont nell’enunciazione programmatica che ha chiamato Poesie»5.

È certamente singolare, ma non casuale, la corrispondenza di figure metaforiche e aggettivi: Breton parla della «figura abbagliante di luce nera» di Lautréamont e di «apocalisse definitiva» a proposito della sua opera6, mentre Debord avvicina le Poésies alla «luce definitiva» di un fulmine che cade a poca distanza. Insomma, stessa folgorazione, stessa risolutezza nel riconoscere i meriti e le grandi potenzialità di un’opera che ancora oggi non ha esaurito il suo potere d’irradiazione. (…)

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NOTE

1 André Breton, introduzione a Lautréamont, Œuvres complètes, G.L.M., Parigi, 1938; ora in: Lautréamont/Ducasse, O. C., Corti, 1953, cit., pp. 42-43. Il testo è lo stesso della nota su Ducasse che Breton inserirà nell’Antologia dell’humour nero (1940).

2 L’Internazionale lettrista (I.L.) era l’ala scissionista e radicale che nel 1952 si era staccata dal “lettrismo”, ossia dall’avanguardia artistica fondata nel 1946 da Isidore Isou e Gabriel Pomerand. Era formata, tra gli altri, da Guy-Ernest Debord, Gil Wolman, Michèle Berstein e Mohamed Dahou. Sarà uno dei gruppi che nel 1957 confluiranno nell’Internazionale situazionista.

3 Familiers du Grand Truc [Intimi della Grande Cosa]; cfr. Etiemble, Le mythe de Rimbaud. L’année du centenaire, Gallimard, Parigi, 19672, pp. 110-111. La “grande cosa” era il partito comunista.

4 Et ça finit mal [E si finisce male], comunicato dell’Internazionale lettrista, stampato ironicamente sul verso del volantino surrealista Ça commence bien e reso pubblico il 7 ottobre 1954. Entrambe le facciate del volantino sono riprodotte in: 1948-1957. Documents relatifs à la fondation de l’Internationale Situationiste, Editions Allia, Parigi, 1985, pp. 274-278. Nel passo citato, il “Quartiere scolastico” [Quartier des Écoles] è la zona di Parigi tra il Pantheon, l’Odéon e Saint-Germain. Vari riferimenti allo scontro fra surrealisti e lettristi si rinvengono nei numeri 13, 14 e 16 di Potlatch, bollettino informativo del gruppo francese dell’I.L.: cfr. ibidem, pp. 185-188 e 193-194 (traduz. it.: Potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista (1954-57), Nautilus, Torino, 1999, pp. 25, 27-28 e 33-34). La frase di Debord in cui si plagia Lenin è la seguente: «In una società fondata sulla lotta di classe, non può esserci una storia letteraria “imparziale”», dove storia letteraria rimpiazza la parola scienza dell’originale leniniano; ma gli stessi lettristi, in un altro passaggio di Et ça finit mal, si “correggono” a loro volta, riportando nuovamente la frase plagiata, ma sostituendo storia letteraria con critica letteraria. Nota curiosa: i situazionisti romperanno nel 1963 con il filosofo comunista Henri Lefebvre accusandolo d’aver plagiato un loro testo sulla Comune di Parigi; su questa querelle cfr. Internationale situationiste, n. 12, settembre 1969, pp. 111-115 (traduz. it.: Internazionale situazionista. 1958-69, Nautilus, Torino, 1994; si tratta della raccolta dei dodici numeri della rivista francese dell’I.S.).

5 Guy Debord, Panégyrique, tome premier, Lebovici, Parigi, 1989 (traduz. it.: G. Debord, Panegirico, tomo primo, Castelvecchi, Roma, 1996, p. 40).

6 A. Breton, introduz. a Lautréamont, O. C., cit., 1953, p. 44.

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