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Mi stacco per una volta dalle consuete tematiche amorose e anarchiche che contrassegnano questo mio spazio web. I frammenti testuali che seguono (l’ultimo dei quali è ancora inedito) ruotano infatti intorno al tema della morte, ma lo fanno però in un modo inusitato e senza disdegnare un’irriducibile gioia di fronte all’idea della fine.

Le fotografie sono di Daniela Montella, giovane scrittrice napoletana, che ringrazio infinitamente per avermene permesso l’utilizzo. Il luogo – davvero singolare – è il Cimitero delle Fontanelle.

Il titolo del presente post, per la cronaca, è anche quello di una delle appendici che corredano L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti (Gwynplaine edizioni, 2017). Buona lettura.

 

 

 

La ricerca di un’invarianza nella molteplicità del mondo è il carattere dell’unicità, la qualità dell’esperienza. I cuori brillanti hanno emorragie di senso, no?
L’ho già scritto altrove: farsi fiume, darsi mare. Lo scrivere sull’acqua è gesto mirabile, irrecuperabile.
Gli umani passano dall’acqua delle profondità alla luce dell’evidenza. La nascita è questo. Anche la nascita dell’opera, di qualsiasi opera.
E se potesse esistere un processo inverso? Se potessimo scongiurare la morte (la foce) reintegrando le fonti dentro l’unicità qualunque di un flusso?
La nascita è la pubblicazione di un corpo organizzato, di un dispositivo organico e funzionale. Trame di potere s’insinuano già nel piccolo cabotaggio del respiro. Abbiamo vidimato la presenza in ogni segno. Abbiamo confuso l’impressione con la stampa. Puerile ricordo di tuffatori arcaici che timbrano l’acqua.

Bisogna farla finita anche con la dialettica della negatività. Il principio motore non esiste. La macchina è senza conducente. La realtà non è un’unità. Esiste rilegatura solo nella rappresentazione. La realtà è morta. La rilegatura è la morte. Resistono solo le contraddizioni e la gioia di sormontarle. Voi siete vivi.

 


 

Ci sono parole in cui abbiamo messo un bel po’ di silenzio: morte, dio, rancore, confine. Parole contro le quali solo una risata gioiosa, solo un orgasmo di parole o suoni o colori, può concederci l’evidenza materiale della vita, della sfida.

Il primo uomo mangiò il frutto della conoscenza e si vide nudo; allora ebbe paura, paura della sua stessa esposizione, e si coprì stupidamente con un pezzo morto di quella stessa natura che urlava da ogni suo poro esposto.

Smettere di essere Io e diventare tutto il resto. Vincere la paura, ogni paura socialmente determinata, per amare senza scopo e morire lontano dai morti. Ecco le formule, ecco il territorio.

Sfilo le calze alla notte per
lasciarla più nuda del mio cuore.

Non potendo morirti accanto,
svaligerò il cielo anche per te.

La morte
rimane ancora e solo la morte,
mentre la vita
è sempre la morte
più qualcos’altro.

 


 

La nudità è l’estrema autonomia del corpo: superficie colma di voragini, territorio privo di ripari, essenzialità a prova di sotterfugi.
Tu ti spogli e il mondo viene oscurato dalla tua evidenza.
Voglio dire: la nudità non esiste, almeno finché non la inventiamo, finché non ci inventiamo un corpo esplicito per amare l’altro, per chiavarlo, per farci chiavare.
Non dobbiamo mai chiederci quanto tempo ci resta, bensì quanti corpi ci mancano per fregare la morte.
Occorre mettere a nudo il pensiero, i giorni, le stelle dei poeti, la gravità. Farsi chiavare dall’infinito. Oltraggiare la morte inutile. Darsi carta bianca e fallire sempre meglio.

  • Vieni: tumulto, carezza, stella*nera [pubblicazione entro il 2018].

 

 

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