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Troppa letteratura, faccio ancora troppa letteratura, e qualcosa di essenziale si perde ogni volta in quella che rimane pur sempre una convenzionale ricerca di bellezza. Scrivo e la verità mi cola tra le frasi mentre acconcio il corso delle parole o licenzio accortamente la banalità. Scrivo e non faccio che relegarmi nei luoghi confortevoli delle mie strutturazioni poetiche, delle mie abitudini di pensiero.
Relegarmi, rilegarmi. La scrittura è diventata una tana, un covo sempre più stretto e patetico. Dovrò quindi uscirne per tornare a vivere lo spazio. Dovrò innescare una sorta di guerra civile tra le mie parole usandole come artigli, come innervazione della tensione, del tumulto erotico che è la mia vita, e non certo come scodinzolii verso una qualche forma di acquiescenza estetica.
La poesia non è un ovile. Anzi, a dirla tutta, non è neanche un luogo. La poesia è una muta di lupi – è un andamento, una scorreria, un annusare continuamente l’aria in attesa di avvertire un’impellenza, una promessa di potenza.

Seduto sul davanzale della cucina, me ne sto a fumare un mezzo sigaro con le gambe penzoloni nel vuoto.
È un tardo pomeriggio ventoso. Il sole declina. Il panorama s’impone. Ed io penso al vento: al vento fra gli ulivi, al vento che alza la gonna del mio pensiero più sconcio, più bello, facendomi balenare in mente il culo delle cose, il lato B irredimibile di tutte le cose.
Vengo invaso allora da una gioia impertinente, immane, che travolge ogni stronzata. Sorrido. Sorrido di un sorriso più ottuso di ogni desiderio. E non ho alcun bisogno di giustificarmi vivo. La potenza è qui. Il destino si afferma. La flagranza dell’esistente mi libera da ogni paura, da ogni superfluo discernimento, e giungo così a un’evidenza imperiosa, insopprimibile: il ritorno a me, fuori da ogni progetto, si rivela un grande sconfinamento della materia, un’ironica pretesa del cosmo, nonché l’unica vera causa per cui non potrò mai smarrire la mia volontà di poesia.

La mia più grande ambizione è prendere per il culo il mio stesso destino.

Gli altri mi annoiano. E vi dirò: ormai anche i libri mi annoiano. Preferisco gli ulivi, i gatti, le nuvole.
Da oggi in avanti, continuerò a scrivere unicamente per dirvi questo. Non m’interessano le vostre stronzate. Ritengo bello solo il collasso di una stella.

Poeti che si mordono la coda anziché annusare il culo della vita, che strazio!

 

4-6 luglio 2018. La fotografia in alto è di Rafael Navarro.

 

il-davanzale

 

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