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Il piccolo popolo delle paure che si stacca dai rami più alti del giorno. La brezza che attraversa i pensieri e sibila le sue magre ragioni fra i miei denti. La calma inutile. Le storie che ti dovrò raccontare per liberarti dal sogno. La forza sospesa. I binari dell’azzardo. Questo mio cuore borioso che fa a pugni con la poesia. Gli aggettivi bisbetici. Gli avverbi lussuriosi. Tutte le necessità del mondo che dovranno accettare la mia ineluttabile diserzione.

I falliti emozionali continuano a sputare nel mio sangue, benché io resti del tutto indifferente alla loro pace.
Chiudere gli occhi non risolve la vita. Occorre occultarsi, farsi notte tutt’intorno, e colpire con l’innocenza imprevedibile della folgore.

Riderò, tra qualche anno, quando mi capiterà di pensare a cosa avrò fatto di male per meritarmi la tua delizia.

Per essere ovunque, io credo – e ho tutta l’intenzione di continuare a credere – in ciò che non posso.

 

 

Alcune donne, nascondendosi dietro i loro specchi, hanno tenuto a dirmi che sono un narcisista, un egocentrico di merda, uno stronzo che sa solo parlare e scoparle bene per poi perdersi nel suo scontento, nella sua guerra inutile contro la morte.
Il bello, è che hanno ragione. Ragione da vendere. Peccato però che riescano a collocarla sul mercato solo spegnendo in loro stesse la poesia.
Eppure, io le amo ancora, le ho sempre amate, e continuerò a deluderle con un amore sempre nuovo finché non troveremo la chiave della nostra fortuna comune in una gioia finalmente irreparabile.

Voglio che le mie parole mi potino come io poto i miei ulivi.
Vengo preso nella tagliola della volontà.
Sono vero.
Le mie contraddizioni mi amano.

Venti-ventuno luglio duemiladiciotto. Fotografie (dall’alto in basso) di Marta Syrko, Zbigniew Lagocki e Rafael Navarro.

 

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