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I versi che seguono sono dedicati a L.
Nella loro generalità, infatti, essi nascono nello spazio che la presenza di L. va occupando alla soglia di tutti i miei (nostri) possibili.
Al di là degli evidenti punti di tangenza, la tensione e la delicatezza che li animano – lo ammetto senza alcuna remora – sono riferibili completamente a una tale “occupazione”.

 

 

*

È sempre stato il contrario di
ciò che pensassimo:
la tenerezza è smettere di tentare l’umanità.

Non si tocca l’altro per adeguarlo a un affetto
o per fare del nostro tocco un bene, una benedizione.
Non solo questo, almeno.
La tenerezza è una ferita dentro l’abitudine dell’odio,
una vigilanza affettuosa tra le pietre aguzze del desiderio.
Un’imboscata, anche.

Solo le mani sanno guarire i semi esitanti.
Solo una carezza può uccidere l’idea della morte.

A pochi passi dall’infinito,
una piccola volpe
mangia

dalla ciotola del cane.

 

*

Le mie labbra ti cercano fra i
rimasugli del cielo.
La morte demorde,
la lirica inciampa,
e non posso far altro che urlare tutta la poesia inevasa,
tutta questa cazzo di poesia giunta fino a noi
senza uno straccio di redenzione.

 

*

Toccare il fondo per poi fondare un nuovo tocco?
Accarezzare il culo delle cose per scampare al loro sesso malfermo?

Le pietre, in apparenza,
sono sempre le stesse.
Costruire una casa d’aria per farti respirare la
nuova origine dell’amore.
Venirti a cercare
e lasciare che tutto sia un’ingovernabile,
mostruosa dolcezza.

 

Agosto 2018. Foto presa dal web.

 

 

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