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Il testo che segue è apparso sul primo numero di The BID Journal, quadrimestrale digitale che fa riferimento al The BID | Art Space di Pesaro, il cui responsabile è il fotografo Lorenzo Dilo Uccellini.

Le fotografie, pensate e realizzate ad hoc per arricchire il mio scritto, sono di Chiara Sestili. Alcune di queste, peraltro, non sono presenti sulla rivista e vengono pubblicate qui per la prima volta in assoluto.

A partire dal secondo numero di The BID Journal, sarò il coordinatore e il supervisore degli apporti testuali, mentre la sezione fotografica sarà curata da Lorenzo, già direttore e ideatore della testata.
Per l’invio dei materiali, fate riferimento alla pagina di presentazione del numero in questione, che avrà per tema portante i quattro elementi: Terra, Aria, Acqua, Fuoco.

Questa la breve nota che ho scritto per tratteggiare il tema del #2:

Noi umani siamo circondati dalla materia e da un insieme quasi inestricabile di eventualità. Viviamo, ci ricombiniamo attraverso la materia delle nostre necessità, del nostro desiderio, dei nostri sogni, ci affanniamo a sopravvivere a noi stessi, ma assai di rado ci soffermiamo criticamente sugli elementi che formano la cosiddetta “realtà”. La velocità delle cose e del pensiero va ormai a discapito di quella che è la vera, unica “sapienza” possibile: riconoscere un senso in ciò che ci circonda giungendo a goderne in consonanza con la materia che ci forma o con cui entriamo in relazione.
Terra, Acqua, Aria, Fuoco: gli elementi degli Antichi tornano nelle nostre insicurezze o nella nostra poesia, come pure nella semplicità che talvolta bramiamo, soprattutto quando ci allontaniamo dalla facilità volgare che possiamo comprare ogni giorno.
Nella complessità “quantistica” del nostro mondo, rischiamo di smarrire, paradossalmente, quella che René Alleau, con una formula folgorante, ha definito «la conoscenza estetica della materia», ossia la capacità di creare un’armonia, una compiutezza, con e tra gli elementi del nostro mondo, della nostra vita quotidiana.
Per non perderci definitivamente, e anche per non idealizzare le evasioni inconcludenti che ci mette a disposizione la società, occorre ri-tracciare (e rintracciare) quei segni che possano farci uscire dal disorientamento generale.
Nella terra dei nostri corpi andrà fatta entrare un’aria buona, capace di attizzare il fuoco della vita senza subordinarci alle ceneri e senza bruciare l’essenziale, anche a costo di farci scrivere sull’acqua.
Insieme, dobbiamo escogitare un varco, un disegno, un’alleanza di voci per abbattere – gioiosamente – tutte quelle separazioni che ci alienano la bellezza del possibile.
La bohème è morta, riprendiamoci il mondo!

*   *   *

 

Il lato B dell’eternità

 

Raccolgo fra le dita il sogno dell’acqua.
Incollo le tue ombre al desiderio.
Ci resterà da far poesia
con ciò che non potremo mai dirci.
La vita salta un battito
e si ferma a insultare i treni che passano.
Dei nostri pochi amici,
il migliore sarà sempre il mondo intero.

 

 

Io sono per la poesia, non per la statistica. Lotto per l’impossibile, non per il probabile. E la linea della vita m’interessa solo quando diventa frattale.
(Sento il tuo urlo dentro i miei giorni. Ti sento urlare con mille voci di fuoco contro le mie inondazioni. Immagino le tue labbra. Ne colgo il turgore inviolabile nell’unità dei miei desideri).
L’opera del poeta rovina sulle parole che non possono dire la soddisfazione. Ne accoglie la labilità, il vento.
Accuso i colpi e getto via lo scudo. Conosco fin troppo bene questo gioco: arrivo a un punto della mia costernazione in cui ogni pensiero diventa l’equivalente di un’erezione patetica, solitaria, inutile. Eppure sto al gioco, riempio di sangue le mie parole per te, le fascio nella mia illusione, e accetto la terribile tenerezza di ciò che m’invade senza contenermi.

 

 

Fa’ conto che la poesia sia una sorta di detonatore. Ecco: se hai sotto mano soltanto delle polveri bagnate, della poesia non te ne fai un cazzo.

L’aria è ferma. La mente gira in tondo. La canicola pomeridiana offusca i colori e rende lattiginoso qualsiasi proposito. Non riesco a riempire i pensieri. Le parole sorgono da uno scivolamento del senso fuori dai bordi del mio sapere. Mi ritrovo figlio di un’imprecisione, inadatto a posizionarmi rispetto alla maniera di chi persegue una neutralità. Faccio morire le parole prima che si fissino contro gli eventi e provo a salvare l’amore dalla sventura di finire in una poesia.
(Gli alberi mi pensano? I gatti o i papaveri sono testimoni di una sapienza? Il mio sesso eretto ha forse dei concetti suoi nativi?).

 

 

Maneggiare le parole si rivela già una forma di premura verso l’altro che è in noi. Dominarle, e farne il movimento di un senso, è già una cura, un riguardo.
Tuttavia, non riesco a calare un riserbo dentro le parole che ho per te, non mi va di accettare l’ulteriore distanza che potrebbe crearsi con la narrazione poetica di una distrazione, di una inosservanza del possibile.
Il tangibile appena evocato si afferma al centro del mio discorso e crea un nodo di piccole ossessioni domestiche.
(Toccarsi. Pensarti. Creare immagini dentro la testa che neutralizzino l’impossibile anche solo per pochi istanti. Dire tutto, senza fine apparente. In una continua tumescenza del pensiero. Senza causa, senza conclusione).
Solo i picchi della vita ci fanno sentire compiuti e solo la rilegatura di questi culmini ci regala l’illusoria lusinga di una continuità.
Al di qua di una realizzazione stabile dell’affetto, vi è sempre un andamento possibile, un materiarsi improvviso del senso.
Parlando addosso all’altro, si costruisce pur sempre un territorio, una zona franca dove gli spaesamenti di cui si ha paura diventano l’avventura delle confessioni tenere, la verità dei segreti inconfessabili, oppure il lampo che accende inopinatamente le notti.
In un tale territorio – non solo mentale –, io smuovo continuamente zolle e non rinuncio mai all’approssimazione del desiderio. Mi avvicino a te e tu mi rendi incerto: smuovendo la terra dei miei pensieri, cancello i confini e le compiacenze, anche rispetto al mio passato, e vago in un paese dove si mettono a morte i luoghi comuni dell’amore, ma solo per farli rinascere sotto forma di volontà e di addensamento affettuoso del nostro divenire.

 

 

Le parole si prendono cura di tutto, sottraendoci a quel rifugio che può essere il pensiero della morte, del silenzio, eppure non rimediano a nulla.
M’interrogo sulle origini del movimento. Mi chiedo se ho sofferto per la conoscenza. Il pensiero è la sedimentazione di una follia elusa, di un dubbio suturato.
Da ragazzo, giocavo per strada tirando calci a un pallone e ancora non avevo quest’interesse per le rilegature. Ero dato dalla bellezza dell’accidentale, dalla malizia di un’obbedienza verso ogni tipo di disastro. Il mio cuore non aveva scadenze. La minaccia del destino era blanda. Vivevo sotto la sorveglianza delle mie sole esaltazioni.
Dov’è finita quella mancanza di fine? Dove si è incagliato quel me stesso eccessivo e spensierato? Come mai, a un certo punto della mia vita, ho scelto di amare restando poeticamente inadatto all’amore?

Era la metà di agosto
e il mondo ancora non crollava.

Tenerti per mano mentre l’eternità ci delude.
Innamorarmi dell’odore di sesso della tua poesia.
Amare te,
anche se i nostri corpi si rivelassero un errore della materia.

 

Laureana Cilento (SA), luglio-agosto 2018. N.B.: alcuni frammenti sono confluiti in Eroticàrdio (Maldoror Press, 2018).

 

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