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A seguire, un estratto da un mio testo per il teatro apparso sul primo numero di una rivista digitale e gratuita pubblicata dalla Maldoror Press: Il pesa-nervi.
Il testo in questione – La conquista della gioia – è ispirato (molto liberamente) a Madame Edwarda, un famoso racconto di Georges Bataille.
La rivista Il pesa-nervi può essere visualizzata o scaricata gratuitamente anche su: < Internet Archive > e < Scribd >.

Foto (dall’alto in basso): copertina de’ Il pesa-nervi n. 1; copertina della prima edizione di Madame Edwarda (porta come anno di edizione il 1937, ma uscì nel 1941; per l’occasione Bataille usò lo pseudonimo Pierre Angélique); Horst Diekgerdes; Borys Makary; Lisa-Marie Kaspar.

 

 

(…)

Madame Edwarda: Da piccola, restavo spesso a bocca aperta. Ogni più piccola cosa poteva lanciarmi in fantasticherie senza fine: un papavero sul ciglio della strada, una sbucciatura al ginocchio, il vestito a fiori di mia nonna. Ogni battito del mondo meritava una riconoscenza, un gioco… finché un bel giorno non mi capitò d’inghiottire un destino.
Quella mattina – era primavera – stavo ammirando una coccinella che zampettava su un filo d’erba. Tutta estasiata, cercavo di contarne i puntini che aveva sul dorso, quando all’improvviso il piccolo insetto mi finì in bocca. Per lunghi istanti non seppi cosa fare: masticarla? Sputarla via? Alla fine decisi d’ingoiarla e la mandai giù col cuore che mi batteva all’impazzata. Gli altri bambini, intorno a me, non compresero il mio piccolo dramma. Io invece avevo le lacrime agli occhi, le labbra mi tremavano. Temevo che quell’insetto sarebbe vissuto per sempre dentro di me, dentro il mio corpo, facendosi spazio e moltiplicandosi senza fine. A nulla valsero le rassicurazioni di mia nonna.
Da quel giorno, cominciai ad osservare ogni coccinella che mi capitasse a tiro e divenni ossessionata dai puntini, dai pois, dalla punteggiatura. Ogni santo giorno, mi mettevo allo specchio e contavo i nei sulla mia pelle, controllando che non ce ne fossero di nuovi. Al tempo stesso, m’inventavo ogni volta un percorso per unire i punti presenti sul mio corpo o sul dorso delle coccinelle.
Molto presto, le mie amichette presero a chiamarmi la “principessa delle coccinelle” e a farsi gioco della mia fissazione, ma io ero quasi lusingata da quel titolo beffardo: sarebbe stato soltanto mio e mi avrebbe concesso la libertà di unire tutti i punti che volevo senza che nessun altro potesse mai rubarmene il disegno. Nessuno, eccetto gli uomini che avrei amato.

Musica. Madame Edwarda si alza. Accenna dei passi di danza. Una volta cessata la musica, si risiede sistemandosi i capelli.

 

 

Il mio unico errore – lo dico da puttana e da Dio – è stato quello di voler disegnare la trama di ogni vita che mi era cara. Ma cercare di unire tutti i punti mi ha fregata, mi ha ingabbiata in un ritornello sentimentale – sempre lo stesso, sempre fallimentare –, almeno finché non ho imparato la lezione e ho smesso di voler abbracciare tutta la realtà.
Oggi non ho paura della tenerezza, ma so anche quanto la cosa mi renda vulnerabile. Tutte le volte che accolgo le paure degli altri mi sento come una torre solitaria in balia dei venti. Resto in piedi, resisto caparbiamente, eppure le correnti d’aria spazzano stanze e corridoi facendo vorticare ogni pensiero, ogni mia buona intenzione. (Fa una pausa; rabbrividisce; si abbraccia da sola).
Eri l’uomo che volevo, che avevo creato dentro la mia testa, ma non avevo fatto i conti col tuo arbitrio, con la tua stupida volontà di dominare il mondo credendo che il potere potesse sollevarti dalle tue sofferenze.
Dicevi che ero stata io, che era colpa mia. Te ne andavi in giro dicendo a tutti che io avevo voluto la tua sofferenza, il tuo supplizio.
Povero coglione!… Eva aveva morso la mela perché tu non eri stato di nessun nutrimento per lei. Ha dovuto prendersi gioco di te, della bestia che ti portavi dentro, per salvare i suoi giorni, la sua verità. Ha scelto il nero della notte per salvare l’innocenza del suo sesso. Ha dovuto seminarti per le strade della città e contorcersi dentro il suo stesso desiderio per non darla vinta al tuo sangue che la reclamava. (Il tono diventa rabbioso; si smaglia una calza nella concitazione dei gesti; in sottofondo si sentono i gemiti di due amanti nel pieno del loro amplesso; si alza; punta il dito a caso verso il pubblico).
Nella tua affannosa battaglia per dare un senso alla vita, il tuo pensiero è sempre stato alle dipendenze del tuo cazzo! Dietro una cortina fumogena di belle parole, hai permesso al tuo cazzo di scopare la tua mente e anche la mente di tutti quelli che ti capitassero a tiro! Non hai fatto altro che vivere il pensiero e le parole come un continuo scoparti il mondo! Ti sei costruito una vita normale solo per nascondere lo sperma che scorreva a fiumi nel tuo pensiero! Non sei altro che un narcisista! Un puttaniere! Una truffa di poeta! (Si calma; si rimette seduta). La tua vita, mio caro, è un insieme di specchi pronti a riflettere solo i tuoi pensieri, i tuoi coiti. Tu te ne freghi degli altri! Vedi in loro solo un vano affannarsi, solo un riflesso della tua sofferenza o del tuo desiderio. Non riesci a perdonarli per il fatto che sono davvero qualcos’altro. Non ti è mai riuscito di perdonare la loro differenza. Devi ficcarli a viva forza dentro una cornice ideale. E ai tuoi occhi esiste un solo modo per accettarli. Devi trasformarli in sostanza eucaristica. Devi prenderne il corpo e scomporlo in tante ostie sacramentate. A quel punto le mangi, digerisci come per incanto tutte le contraddizioni e ti credi finalmente al riparo da ogni distanza. (Ridacchia). Già ti vedo, ascendere al cielo in una gigantesca, metafisica erezione… Dies irae, dies illa, solvet saeclum in favilla. Che tristezza pensare che anche tu abbia tradito l’impossibile! (…)

 

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