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La natura esiste, ma non sappiamo dirla. O meglio: ne riusciamo a dire solo i margini, la superficie, oppure i franamenti in essa del senso che attribuiamo storicamente alle nostre mancanze, alle nostre paure.
Siamo animali turbati dalla selvatichezza residua. Parliamo di libertà, ma intanto amiamo i perimetri, le catalogazioni, il Linneo che è in noi.

Il cardellino in amore che mi delizia coi suoi gorgheggi. La coppia di cinciarelle che cura la propria covata nel nido sopra la finestra del bagno. La notte di novilunio e le prime lucciole baluginanti nell’uliveto. Ma soprattutto: questa incomunicabilità tra me e loro che chiamo bellezza.

Osservo ammirato una poiana, un riccio, e mi chiedo: quanta poiana c’è in me? Quale mia energia collima con l’esistenza del riccio o ne incrocia i movimenti? Quanto di mio (non di “umano”, ma di mio, di singolarmente mio) esiste e persiste fra le loro ali, i loro aculei?

Cerco di non dimenticare l’effetto che mi fa il pensiero della morte. In particolare: la consapevolezza del divenire, l’agguato incessante che la materia vivente pone in atto ai danni delle forme, delle strutture; la consapevolezza che tutto si ricombini nella mancanza di una causa – o nel cozzare di tutte le cause contro il fondale stesso del cosmo.

L’idea del tempo lineare cronologico – la Storia – è l’innesto dell’umano sul corpo della natura. E nulla risulta più distante dai ritmi dell’esistente di questa linea retta cui destiniamo un senso e alla quale fissiamo i nostri affanni, le nostre speranze!
La speranza di sopravvivere alla nostra stessa sopravvivenza. La speranza di far tornare i conti, un giorno o l’altro, al di là di tutti quei vuoti obliterati dal nostro lavoro di vivere.

Un filo d’erba non nutre alcuna speranza. Alimenta se stesso e la sua protervia. Blandisce la luce, la terra, e attraversa i limiti di quest’ultima senza porsi alcuna interrogazione sul proprio verde. In sé, rimane un’interrogazione muta, una domanda inavvertibile, in balia delle risposte del vento o del calpestio di un qualsiasi animale.
Il filo d’erba è un anti-speranza, una sospensione di quella croce che si forma quando costruiamo una griglia coi nostri concetti di orizzontale e verticale. Arborescenze, orizzonti degli eventi, intolleranze verso il possibile asservito. La natura delle cose è rovesciata nella cosa-natura, nella cosa ridotta a merce, divenuta storicamente (coi processi capitalisti) la seconda natura dell’uomo.
Sviluppi patetici dell’universo: l’umano è un astro gaglioffo, esile quanto un filo d’erba, ma che si ritiene illuminato, nodale. Speranze, riflessioni convertite in rispecchiamenti del mondo del tutto illusori.

Il pallido riverbero di me, la sottile membrana delle parole nell’esplosione dell’azzurro. Questa pienezza improvvisa che mi sospende. Il singulto del mondo dentro ogni germoglio che sorride.
Sono stato l’uccisore delle cose in un sogno che è scomparso con le mie illusioni – la poesia delle stelle è la velocità della luce – il pianto del rapace è l’insurrezione delle rondini – quell’oscuro rapimento che mi porta a considerare ogni mio pensiero alla stregua di un disperato appiglio. Sussulti del divenire atti a non tradire un’idea feconda dell’impossibile.

Laureana Cilento, 28 aprile 2019. Nella foto (di Angela Falchi): io e Blixa.

 

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