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Attendo. Resto in ascolto. Le cose si metteranno a parlare e io non avrò più alcun bisogno di dirle.

«Cognoscere est coire cum suo cognobili» (Francesco Patrizi).

Riguardo alle cose umane occorre sorridere, intenerirsi, incazzarsi, ma soprattutto saper perdonare il loro divenir cose.

Il dramma della memoria è la rilegatura delle azioni.

Credere che la poesia scritta potesse rivelarsi un oltrepassamento della sintesi è stato un abbaglio. La riduzione metaforica è solo il rovescio imbellettato della riduzione analogica. Un trucco, un alibi. La dialettica si è trasformata in compiacenza.

L’enigmistica banalizzante della ricerca di sé: formalismi per spiriti esacerbati dalla mollezza.

Chi si sveglierà dentro il letto del tuo pensiero? Un brandello di sogno si è incastrato tra i gesti del potatore.

Primo maggio. Ancòra nessuna lucciola nel mio uliveto, laddove l’anno scorso se ne scorgevano centinaia già ad aprile.
L’intermittenza del mio umore non incide sull’uggia del clima.
Quest’anno, a quanto pare, la primavera procede per agguati mal progettati e si nasconde incautamente fra le rughe delle convinzioni.

Da alcuni giorni alterno la lettura di Simone Weil – ho acquistato Œuvres (ediz. Quarto Gallimard) – a quella dei Cahiers di Cioran (altra ediz. Gallimard, comprata nel 2000, l’anno prima che l’opera uscisse in italiano per Adelphi).
Letture entrambe corroboranti, ma per motivi assai diversi fra loro.
Gli scritti weiliani m’inducono a mettere in discussione le mie idee, le mie presunzioni. Pur essendo su posizioni assai diverse dalla grande pensatrice francese (soprattutto per ciò che concerne Dio e dintorni), le sue riflessioni sono un pungolo acuminato e aprono dentro di me degli spazi sterminati. Adoro in lei l’orgogliosa e tenera autonomia che ha sempre mantenuto rispetto a tutti gli àmbiti in cui è andata calando il proprio pensiero, le proprie azioni. In un mondo di servi che giungono a risultare irriguardosi anche verso la propria servitù, la conquista dell’autonomia è una necessaria linea di fuga, ma anche un’approssimazione, un avvicinamento all’essenziale, al mondo dei viventi criticamente redento.
Invece Cioran gioca al di qua della redenzione. La anela, certo, eppure si convince che la società degli uomini sia perduta, e si sottomette allora al dominio dell’ironia cercando di trovare dei varchi per il respiro, per la riluttanza, ritenendo “ridicolo” persino il morire.
La Weil, al contrario, non manifesta alcuna ironia. Ed è proprio per questo che la vediamo azzardare un’ascensione quasi inumana. La complicità con Dio non ha niente di ironico e implica la creazione di uno spazio immane dove anche la gioia si mette a lavorare per il cielo.

Laureana Cilento, 30 aprile-1° maggio 2019. Foto: Radim Schreiber.

 

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