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«Coloro che per la prima volta usarono un linguaggio, per suggerire idee astratte presero il materiale grezzo fornito dal loro ambiente e lo costrinsero in una metafora. La lingua Yaghan – e per deduzione ogni linguaggio – è come una rete di navigazione. Le cose che hanno un nome sono punti fissi, allineati o confrontati, che permettono a chi parla di progettare la prossima mossa» (Bruce Chatwin, In Patagonia).

Siamo passati dalla pietra alla metafora, dal movimento irriducibile della materia alla conciliabilità del divenire. Ora, però, come facciamo a passare dalla metafora alla concretezza dell’essenziale e a trovare un’armonia novella col bacino comune della vita?
In astratto, noi non tocchiamo le cose, e i nomi che usiamo per contenerle sono appena la superficie dell’esistente. Giriamo in tondo, con la bocca piena di pretese, e non riusciamo a smarcarci criticamente dai vuoti del mondo che va sfuggendo alle nostre parole.

Da quando vivo nel mio “eremo” cilentano, posso permettermi delle libertà che adoro, del tipo: girare nudo per casa nella stagione calda; vivere con pochissimo denaro; masturbarmi sotto le stelle; mangiare l’aglio; ascoltare punk e black metal a volumi mostruosi; dovermi regolare più sul tempo ciclico della natura e molto meno su quello lineare della “civiltà”.

 

 

La scrittura ha un gran peso nella mia vita quotidiana, soprattutto da quando sono qui. Il paradosso è che non credo più ai libri, agli editori, alla necessità di manifestarsi in àmbito culturale. Una parte di me attende solo il coraggio per parlare unicamente agli ulivi.

Se continuo a scrivere, è perché credo nei prodigi, negli incontri. Non ha grande importanza chi mi legge, almeno non quanto le relazioni che vengono a stregarmi, a condurmi oltre lo stesso senso condiviso con gli altri.
– Come mi leggerà un ulivo o un falco pellegrino? Un taglio, un divenir varco nella condivisione di ogni possibile.

Il mio odio verso quel residuo voler durare che alberga in queste frasi smozzicate, claudicanti. La mia lotta diuturna contro la speranza. Il desiderio puerile di non avere più tempo.

«A chi va, nelle fiabe, la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile» (Cristina Campo, Gli imperdonabili).

È tornata l’upupa. Se ne stava a razzolare nell’aia a pochi metri dalla finestra del soggiorno. Per lunghi istanti, ho creduto alla facilità della vita e all’incoscienza del possibile.

 

Laureana Cilento, 9-10 giugno 2019. Fotografie: Dmitry Markov.

 

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