Tag

, , , , , , ,

 

Sono ancora vivo, se trovo che la bellezza abbia il gusto di una mela acerba. Ascoltare Bach e tollerare il mio piccolo giorno, la mia stolta insoddisfazione. Desiderare meno vita, meno pensiero: ma a che pro? Non sono mai stato soltanto un Io.

Allungare le mani e fare una carezza ad ogni possibile del mondo. Non è difficile. Non è gravoso. Basta solo staccarsi dalle proprie certezze e non farsi schiacciare dalla necessità. L’affetto non può diventare una necessità. I piccoli di cinciallegra spiccano il volo e non torneranno mai più al nido. Occorre scrollarsi di dosso i limiti del padre e della madre, uscire dai loro puerili ricatti sentimentali e disconoscerne ogni potere sui nostri migliori accanimenti.

Stamattina ho lavorato di piccone per circa tre ore. Dovevo sradicare diverse piante di cernicchiara, nome cilentano del saracchio (detto comunemente “tagliamani” per via delle sue foglie lunghe e sottili dai bordi taglienti).
Se non ci stessi dietro, son piante che finirebbero per infestarmi l’uliveto in pochi anni intralciando non poco la raccolta delle olive.
Sapendoci fare, bastano pochi colpi di piccone per svellere anche quelle più grandi, ma è un lavoro davvero bastardo, soprattutto col caldo di questi giorni.
Un tempo, con le foglie di cernicchiara qui si facevano corde (cordame per i pescatori della vicina Castellabate, mi diceva un amico), mentre gli antichi Greci ci legavano addirittura le viti. In Calabria, invece, con gli steli legnosi, quasi perfettamente dritti, ci si fa – o si faceva – una pasta in casa del tutto simile agli strangulaprieveti cilentani (gli strozzapreti), per i quali mia nonna usava comunemente un ferretto.

 

 

Dopo lo straziante rigore di un Bach, l’idea stessa di Dio appare inutile, pedante, rozzamente vanagloriosa.

Allunga le mani e regalami una carezza. Non temere di tagliarti. Si farà in modo che anche l’eventuale ferita diventi varco per la gioia franosa dei corpi. Accoppieremo così sangue a sangue, cimento a bellezza e uccisione delle attese a provvida notte.

Dalla mia tarda adolescenza, mi sono posto su un piano materiale e materialista del tutto personale, legato sì alle relazioni concrete tra i viventi, ma più vicino al dato erotico e meno a quello socioeconomico. Intorno ai miei 18 anni, feci mia infatti un’idea erotica del materialismo. Ho pensato cioè le relazioni e le ricomposizioni della materia vivente a partire da una prospettiva carnale, toccante, senza padroni.
Il mio erotismo, però, non è riducibile banalmente a un insieme di griglie culturali che si limitano a dire, a illustrare la meccanica amorosa dei corpi. Per me, prima di tutto, l’erotismo è fonte di conoscenza, affinamento del sapere condiviso, affetto tra corpi e idee, morte del dover essere nell’esaltazione critica del saper vivere.

 

Laureana Cilento, 12 giugno 2019. Fotografie: Laura Makabresku.

 

 

Annunci