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Ciò che sempre ci apparterrà: aver saputo la gioia, averla lasciata libera di non dare un progetto alle nostre temperanze.

«Noi siamo separati, e il senso è fatto della nostra separazione. Siamo separati in rocce e pesci, in muschi e nuvole, in lupi e cittadini, in io e tu, in uomo e donna, in vedere e toccare. Siamo separati, questo fa senso, ossia una distanza inseparabile e fragile, portatrice di se stessa e null’altro – ma portatrice, sì, porta aperta per intra-tenerci» (Jean-Luc Nancy).

La radice rovina le certezze della terra sormontando ogni resistenza. La promessa viene uccisa. Il possibile di un avvenire ordinario muore. E il letto del fiume si compie dentro la presunzione dell’acqua.
Non esiste pazzia tra le fronde dell’ulivo. L’aria è sempre in ritardo di una vampa. E le tue contraddizioni mi baciano teneramente ad ogni passo falso della morte.

 

 

Si ama solo ai confini di un’idea dell’amore che ci coglie in fallo.

Voglio un desiderio che duri quanto la parola che mi manca senza mancarlo.

Adoro l’infondatezza della poesia – di ciò che dice il comune in presenza della sfiducia.

Nella gola stretta della presunzione, non smetto di parlare alle mancanze degli altri che risuonano in me.

Fuori di ogni verbo mercenario, il rumore della negazione rende grazie alla voglia che ho di te e che mi sottrae ad ogni poesia ruffiana.

Ogni dubbio a cui dai del tu m’entusiasma e depone a nostro favore. Sii in guerra col tuo amore contro le mancanze del mondo che t’appartiene. La pace è soltanto una perdita d’eterno. Senza guerra, nessuna poesia ti rende possibile. Accogli allora con gioia e senza speranza la promessa che ti fa complice del tumulto.

Il clamore delle mie parole non è che il modo per dirti che il mio discorso è deserto, sempre più deserto senza di te.

 

Dicembre 2019. Foto (dall’alto in basso): Ana Cav; anonimo; Viki Kollerova.