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Per il tuo seno di radici nuove,
convoglio tutte le lune storte, gli stridii del
barbagianni e la proditoria poesia del gatto.
Nella tua bocca matura e accesa,
mi faccio indocile e pieno di sole.
Le tracce lasciate dalla volpe non portano alla sua tana,
né tanto meno al nostro sogno di carne stellare.
L’acciaio nero della notte ci veste d’anarchia.
La fede di secoli muore.
Le foglie d’ulivo vibrano ad ogni minimo bacio.

*

Ho sempre scritto per una piccola comunità di complici, mirando anzitutto a costruire una mia congeniale unione di egoisti, una forma critica e gioiosa di com-unicità. Mai ho scritto per ingraziarmi la massa, per pascermi nei consensi del grande numero. Sono un agitatore poetico, non uno scribacchino alla mercé di un’idea egotica.
Ora, però, abbracciando una maggiore semplicità, o almeno tentandone una, lungo la mia via punteggiata da entusiasmi e inciampi, mi tocca inventarmi dei modi novelli per non scadere nella facilità o nel pressapochismo. Avvicinarsi all’essenzialità del dire non significa darsi in pasto all’approssimazione. Ambire a dire l’immediata bellezza possibile di alcuni elementi del mondo non può costringerci a una gravità del soggetto. La poesia deve farsi leggera, rapace, inesorabile. Non può metter radici nella necessità. E deve saper potare, con mano ferma e felice, lo stesso albero della conoscenza.

 

Gennaio 2020. Opere di Farah Willem.