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Quale nuova mancanza della parola viene ad illuminarci in ciò che sappiamo nostro malgrado? In quale alba mi ritrovo a non pensare a tale mancanza e a nutrire ciò che io sono senza il discorso, senza la poesia, senza le idee che ci fanno ombra?
Fissare alcune mie mancanze di pensiero e dare la parola alla tenerezza di ogni nuovo giorno. Concepire un cruccio, una grandezza da dare in pasto alle pietre, ai pettirossi, al maestrale che sradica le mie tentate abitudini da lupo manchevole.
Harar è un sogno che il cielo non può più regalarmi. La sconfitta delle sue stelle è ormai irrimediabile. Siamo tutti sotto il segno di un Padre che ha fallito miseramente. Assumere dunque il fallimento e credere ad ogni pienezza che non ci salverà e che comunque ha il sapore degli asparagi selvatici.
Dovremo scrivere sull’acqua. Dovremo scegliere la tentazione che ci fa abbracciare tutto il possibile. Dovremo masturbare il poeta che occhieggia in noi facendolo venire sui cumuli di poesia morta che non ci spaventano più.

Carmine MANGONE, 28 gennaio 2020.

 

 

J’ai embrassé l’aube d’été.

Rien ne bougeait encore au front des palais. L’eau était morte. Les camps d’ombres ne quittaient pas la route du bois. J’ai marché, réveillant les haleines vives et tièdes, et les pierreries regardèrent, et les ailes se levèrent sans bruit.

La première entreprise fut, dans le sentier déjà empli de frais et blêmes éclats, une fleur qui me dit son nom.

Je ris au wasserfall blond qui s’échevela à travers les sapins: à la cime argentée je reconnus la déesse.

Alors je levai un à un les voiles. Dans l’allée, en agitant les bras. Par la plaine, où je l’ai dénoncée au coq. A la grand’ville elle fuyait parmi les clochers et les dômes, et courant comme un mendiant sur les quais de marbre, je la chassais.

En haut de la route, près d’un bois de lauriers, je l’ai entourée avec ses voiles amassés, et j’ai senti un peu son immense corps. L’aube et l’enfant tombèrent au bas du bois.

Au réveil il était midi.


Ho abbracciato l’alba d’estate.

Ancor nulla si muoveva sui frontoni dei palazzi. L’acqua era morta. Le zone d’ombra non lasciavano la via del bosco. Ho camminato, ridestando gli aliti vivi, tiepidi, e le pietre preziose guardarono, e le ali si levarono senza rumore.

La prima impresa, nel sentiero già pieno di lampi freschi e pallidi, fu un fiore che mi disse il mio nome.

Risi alla cascata bionda che si scarmigliò attraverso gli abeti: dalla cima argentea riconobbi la dea.

Allora ne sollevai uno dopo l’altro i veli. Nel viale, agitando le braccia. Nella piana, denunciandola al gallo. Lei fuggiva fra i campanili e le cupole della grande città, ed io l’inseguivo, correndo come un mendicante sulle banchine di marmo.

In cima alla strada, vicino a un bosco di lauro, l’ho avvolta nei suoi veli raccolti, e ho sentito piano il suo corpo immenso. L’alba e il ragazzo caddero in fondo al bosco.

Al risveglio era mezzodì.

[ traduzione: Carmine Mangone. Opera: Ernest Pignon-Ernest, Parigi, 1978. ]