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Abbiamo voluto che accadesse, abbiamo fatto in modo che la maniera stessa ci sciogliesse, in un lasciarsi andare senza venir diretti.
Eppure, la decisione metteva in gioco tanti fili – ed è stato impossibile non annodarne alcuni nutrendo la speranza di una trama.
Movimento delle maree dentro un semplice abbraccio, ecco cos’è stato: il mettere in comune le contraddizioni per elaborare un piano che ci consentisse di evaderle senza tradirne l’origine.
Per poter dare un senso alla ricerca si parte anche dal taglio. Le due metà della mela non dimenticano il coltello che le ha generate.
L’esperienza che ci rende umani segna i corpi e produce segni, ma sta a noi coscevoler raccoglierne una parte per rilegarla con ciò che si chiama senso.
Benché il credere in una gravità ci porti a restare talvolta sui nostri passi e a sostenere un’opera, non riconosciamo tuttavia quest’attaccamento servile dell’uomo nei confronti della durata – di questo sottomultiplo umano dell’eternità che incita il nostro sangue alla salvezza e che ci spinge a fare una tacca sulla linea del tempo ad ogni ispessimento della presenza.
Al contrario. Tutto fluisce, tutto si ricombina, in una disfatta ironica del tempo e dell’idea stessa che ce ne facciamo.

Su quelle cosce così nude. Convertito magari ad un principio di costernazione. Avrei voluto credere da subito alla verità della tua pelle. Di quella pelle bianca, candida, più bianca dell’infanzia e delle poche, giocose frodi che l’attraversano. Sarebbe stato come fissare il sole, aprendosi ingenuamente ad una visione assoluta, abbacinante, una visione da perdere gli occhi, la memoria. Ebbi invece la blanda e sterile follia d’insediarmi in parole collose, appiccicaticce, che non rendevano giustizia al movimento, né tanto meno alla fierezza che s’imponeva. Parole, propositi, paure… Alle fine ho ammucchiato tutto e ne ho fatto mangime per il destino. La bellezza dei giorni ne trasse gran giovamento, diventando più nuda del vento, più nuda dell’aria e del cielo azzurro. Doveva pur accadere, l’amore nuovo.

 

 

Ci sono idee e parole che mai riusciremo a delimitare, a circoscrivere, a racchiudere in una definizione. Idee e parole che acquisiscono una forza indomabile proprio per l’impossibilità di tenerle una volta per tutte dentro la logica delle cose o nei luoghi comuni del sentimento. Idee e parole che però vanno dette e ridette senza fine, perché rimangono la base di ciò che sfugge alla normalità e che ci apre così alle infinite possibilità della vita.
Rimbaud ha smaltito la poesia per vivere borghesemente. I filosofi hanno eluso logicamente la notte senz’affrontarla. Eppure, ciò che non conosciamo ritorna senza posa, e quindi va esposto, se ne deve parlare, lo si deve ripensare, soprattutto quando è in ballo la nostra umanità, l’amicizia verso il mondo che ci rende umani e passibili d’amore.

Basta un attimo, a volte solo un’effrazione ai danni del linguaggio solito o di un labile “luogo comune”, per far sì che uno spazio immane, rivelatosi già in potenza nei sommovimenti che urgevano, si spalanchi all’improvviso, scatenando un senso altro rispetto alle stesse parole che ci riecheggiano.

 

Carmine Mangone, L’ingovernabile, Ab imis, 2018. Fotografie: Dara Scully.