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La vera trappola dell’amore è la “virtù”, ossia quel mirare all’eccellenza di un contegno, di un ruolo, quel cercare ad ogni costo d’instaurare il miglior regno possibile dell’amore, il tutto ipostatizzando i propri desideri, la propria verità, e facendoli diventare un Moloch che porta all’indistinzione degli affetti e delle volontà in gioco.
La virtù non ammette che possa esistere un plurale dell’amore; non approva tutti gli amori possibili. Si tiene ben distante dalla promiscuità delle idee, dal rigore della natura, e non si fa sommergere dalla bellezza, ma tutt’al più la idealizza e la disinnesca per impiegarla funzionalmente contro la decomposizione del proprio sistema di riferimento.

[L’amore entra nelle case vuote, anche in quelle che rischiano di crollare, e spesso vi entra quando non c’è più nessuno disposto a dimorarvi.]

La virtù è conservativa: essa trattiene, accentra, irrigidisce. In ogni ambito dell’esperibile, il candore presunto o simulato maschera le rigidità che osteggiano il movimento – ed ogni rigidità nasconde sempre una criticità del sistema.
Chi perora la causa di una qualche purezza, o la purezza di una determinata causa, cerca in fondo di gestire la propria paura verso parti del mondo o della “natura umana” avvertite come estranee, inadeguate o addirittura pericolose.
Chi sceglie il bianco ritiene che la ragione non possa essere nera. I fideisti amano la luce artificiale, candeggiano le idee. D’altronde, e lo sappiamo da millenni, Dio fulmina gli eretici e non bazzica le ombre.

Nessuna disposizione d’animo è più rigida della virtù: la mia ricerca del bene inciampa nell’altrui ricerca del bene; l’obiettivo può essere comune, ma gli strumenti possono divergere alquanto, e la giustezza dei fini non garantisce automaticamente la bontà dei mezzi.
Il massimalismo morale di ogni giacobinismo politico è l’esempio emblematico di quanto sia difficile, per un “virtuoso”, mantenere la testa sulle spalle senza doverla tagliare, anche solo metaforicamente, a coloro che mettano in discussione, in toto o in parte, le manifestazioni della sua virtù.

 

 

Il contrario reale della virtù non è il “vizio”, o il conseguimento del “male”, bensì la gioia, la pratica sensibile della gioia, assente sia in Sade, sia nel cristianesimo paolino.
La gioia, infatti, non è da confondere col godimento unilaterale e “masturbatorio” del libertino, né con la beatitudine acritica e quasi ebete dei mistici religiosi.
Agli antipodi dello sfruttamento, come pure del dovere morale, le pratiche gioiose dei viventi creano e sviluppano la bellezza possibile della comunanza, soprattutto quando vengono vissute come festa e travolgimento collettivo delle costrizioni sociali.
L’amicizia del mondo, i ritmi di danza, il magnetismo dei corpi, il ridere insieme, il conforto reciproco di natura non pietistico, la tenerezza, le parole magistrali dell’amore, le insurrezioni del cuore contro il sentimentalismo accorato…
La gioia non presenta l’indeterminatezza della felicità e ha sempre a che fare con la concretezza memorabile, carnale, nonché replicabile delle dinamiche amorose.

 

Carmine Mangone, L’ingovernabile, Ab imis, 2018. Fotografie di Bruno Cattani.