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[ “La porta sull’impossibile” costituisce la mia prefazione a: Davide Galipò, Istruzioni alla rivolta, Eretica edizioni, 2020. In appendice, due poesie di Davide tratte dal medesimo libro. Le illustrazioni sono di Flavio Costantini.]

 

Le parole increspano la superficie del mondo, solleticano ciò che resta del reale, ma non sempre arrivano a smuovere le profondità. Per poter giungere all’essenziale, devono farsi strumento teorico o poesia. Il che è come dire: impresa di demolizioni o carezza affettuosa.
In ogni caso, la teoria dovrà legittimare i tentativi di bellezza e darci in pasto alla lucidità, finché qualcosa di più poetico non venga a strapparci alla poesia stessa.
Beninteso, si possono avere delle circostanze in cui la demolizione tocchi alla poesia e il discorso teorico si faccia invece tenero e gentile nei confronti della vita acerrima. In tali evenienze, non cambia il territorio teatro della bellezza o della lotta per vivere la bellezza, bensì il modo di attraversarlo, di mapparlo.
Una cosa però rimane certa: ogni vivente ha un suo potenziale di poesia, una sua capacità di bellezza, ma egli li riconosce e ne può godere, in modo più o meno compiuto, soltanto quando riesce a preservare la propria unicità e a sviluppare una propria autonomia critica svincolandosi almeno in parte dal movimento generale della necessità.
Restando dentro il discorso letterario, bisogna dire che la ricerca della bellezza spinge sempre verso un fuori, verso un altrimenti, anche quando pare avallare una presunta permanenza delle cose o una tradizione o una causa originaria più o meno ideologica. Il “fuori”, in ogni caso, è sempre l’Altro, è sempre l’ineludibile questione dell’Altro.
La poesia innesca un moto centripeto a partire dalla malferma certezza delle parole e ne fa una domanda costante di determinazione, di designazione, benché i diversi riferimenti del suo movimento si proiettino sempre oltre, sempre in una tensione di oltrepassamento (o in un tentativo di raffinamento) del già detto, del già vissuto.
In questo slancio patetico e contraddittorio, la poesia si morde la coda e la coda è solo un’appendice spuria dell’eternità, di quell’eternità che proviamo a truffare senza posa attraverso l’intrigo della bellezza. Certo, il mazzo di carte è truccato, inutile negarlo, tuttavia si continua a giocare, perché il gioco stesso è un trucco ormai ampiamente sperimentato per chiudere la vita in un angolo e farla nostra, quanto meno a sprazzi, continuando a fingere che il cosiddetto destino sia soltanto un bluff.

 

 

Davide Galipò si pone in ascolto delle contraddizioni del mondo e le fa emergere all’interno della sua scrittura senza concedere troppo alla facilità.
La citazione camusiana [1] in esergo è a dir poco emblematica: per Galipò, la poesia inclina all’azione, all’evocazione dell’agire, alla determinazione che segue la presa di coscienza (e alla presa in carico) della sfida, dell’affrontamento tra l’uomo e il suo divenire.
Certo, in una tale prospettiva, si pongono problemi di grande ricchezza e complessità. Anzitutto: come unire contemplazione e azione in un divenire poetico che non tradisca la migliore umanità possibile? Come si connota poeticamente il divenire? Quale scelta di bellezza può cortocircuitare ogni separazione tra l’uomo e il suo stesso mondo? Domande capitali e che hanno a che fare ogni volta con lo scontro (al tempo stesso, individuale e storico) tra il nostro desiderio di autonomia e le necessità sociali che spesso subiamo.
Detto questo, bisogna anche vivere e non solo porsi delle domande sulla vita. Viene quindi il momento in cui occorre alzare lo sguardo e cominciare a danzare. In caso contrario, si rischierebbe di «errare nell’errore» restando per sovrappiù nell’àmbito patetico (e noiosamente poetico) di formalismi letterari che lasciano le parole che trovano. Ciò comporta che si possa costruire un dato poetico capace di farci sormontare, almeno a sprazzi, la cosiddetta “cultura”, ossia quella burocratizzazione storica del pensiero e delle arti che ha portato a ridurre la poesia e la bellezza dentro riserve indiane di natura meramente linguistica ed estetica: «ché non c’è niente come la cultura / della minestrina pronta, rassicurante, / sopraffatta dalla candida emozione, / che ti fa volare alto per poi sbatterti di sotto, / immantinente».
Come si fa? Qual è la chiave o il varco per aprire un nuovo possibile al nostro desiderio e alla nostra po(e)tenza di viventi?
Difficile è l’intrapresa, ma non certo impossibile. Galipò stesso si concede una decisione, una determinazione, pur non nutrendo soverchie speranze, e la cosa non è affatto contraddittoria, poiché, se non uccidiamo in noi la speranza (e quindi l’attesa, la procrastinazione, il determinismo domestico del “tiriamo a campare”), finiremo sempre per subordinare la nostra unicità di viventi e la nostra capacità di autonomia, ossia ciò che ho chiamato po(e)tenza, a una causa che perverte la nostra esperienza del mondo, a un’identità che ci vidima socialmente, oppure a un surrogato ateologico di Dio. Così Galipò, con echi quasi stirneriani: «qui rinnego, qui sconfesso, / ogni singola parola pronunciata / in nome di un ideale, / perché ogni ideale è contro la vita, perché ogni dogma è contrario / alla sopravvivenza».
Il nostro autore ha peraltro una netta consapevolezza delle separazioni sociali e della lotta immane che ci tocca ingaggiare contro di esse: «È uno strano mondo, il nostro: / il ragno tesse le lodi dell’insipienza / e il mondo sensibile non è contemplato». Eppure, «nel collaborazionismo / dei nostri giorni migliori», c’è ancora lo spazio per dispiegare un tentativo, per dirsi «correggiamo quest’errore» e per concedersi almeno la “licenza poetica” di smarrirsi in completa autonomia e consapevolezza.
Appare però evidente che queste Istruzioni alla rivolta non intendano catechizzare il lettore, né abbiamo la pretesa di propinare una ricetta infallibile per risolvere le contraddizioni. D’altronde, lo stesso autore mette le mani avanti: «Eccomi: sono il figlio vostro e mi prodigo ostinatamente / nel non volervi insegnare niente su come si stia al mondo / perché c’è tanto da imparare contemplando avidamente». Piuttosto, le sue parole sembrano “istruire” uno spazio, un territorio, delle linee di fuga per sottrarsi ai luoghi comuni degli odierni concatenamenti sociali e tecnologici.
Ecco, l’istruzione, intesa qui come (dis)posizione, è una tattica, nonché un incitamento a ricollocarsi materialmente e mentalmente dentro la natura sensibile del nostro divenire umano-femminile.
Se l’estraniazione avanza, se l’effimero impazza, bisogna far sì che la poesia (per dirla con Rimbaud) torni a ritmare l’azione, permettendoci d’attraversare l’esperienza del vivere nel modo più compiuto possibile e senza mai nasconderci le difficoltà del caso. In altre parole, la poesia è lo spazio (il saper vivere) in cui i sogni, il desiderio, il destino, e tutti gli altri ammennicoli esistenziali dell’umana congerie, possono ancora trasformarsi in una materialità appassionante e comune dell’esperienza.
Beninteso, non ci sono certezze, ma solo tentativi, approssimazioni. Questa è la poesia. Questo è il senso del divenire. Esistono solo tappe, non traguardi. Si vince ogni tanto qualche battaglia, ma mai la guerra. Le domande restano ineludibili. Sisifo può gettar via il suo macigno, certo, ma gli rimarrà pur sempre il peso di dare un senso a tutto. «Ed io, che son territorio, / da qui mi difendo con quello che ho / (e non è poco, credimi) / ma ciononostante sarà mai abbastanza / per potere, volere, capire, volare?».

 

 

In un mondo contemporaneo fondato su innumerevoli separazioni e distanziamenti tra i viventi, la poesia non può restare un àmbito specialistico, un mero genere letterario.
Ciò detto, il poeta (ma meglio sarebbe parlare di agitatore poetico) non deve costringersi a credere nel lettore, non è obbligato a limitare la propria o l’altrui capacità di poesia dentro i confini dell’interpretazione, dentro la facilità di una decodifica. La sua “alchimia”, d’altronde, non riguarda soltanto il verbo. Egli non si barrica nella casa delle Lettere in attesa di chissà quale avvento, ma crea esperienze, comunanze, mettendo in pratica un costante affinamento critico delle proprie relazioni.
La poesia non è la matematica. Non fissa un’equivalenza convenzionale e imprescindibile tra verità e bellezza. Fa più la parte di un anacronismo che si trasformi in farfalla, di un’abitudine che si perverta a contatto col fuoco. È di parte, si vuole di parte, benché tenda pur sempre a costruire un minimo comune multiplo della bellezza.
Non è neanche un’economia. L’atto poetico non converte le contraddizioni in oro – re Mida dimostrò già una lampante insufficienza nel comunicare le proprie pretese –, né tanto meno esso produce dei simulacri per congiungersi astrattamente (o economicamente) col mondo circostante – la regina Pasifae, ricordiamolo, amò accoppiarsi evidentemente con la gratuità e l’incarnazione del divino usando il simulacro come catalizzatore sessuale, come cortocircuito dello scambio, e non come moneta simbolica. La convertibilità potenziale dei diversi elementi viene a cessare quando si riconosca insolvente l’ordinamento che ne accoglie la coniugazione. Ed è allora che si afferma una poesia che è misura e abito dell’esperienza, ma anche esclusione di ogni calcolo economico, egotico, banalmente narcisista.
Il poeta non preordina un calcolo di valori da cui fa dipendere ogni proprio compimento interiore o sociale. La sua attività non si limita a una tecnica espressiva, a un principio d’efficacia, ma abbraccia criticamente tutto il possibile della bellezza e assume come unico scopo la compiutezza e la trasmissibilità dell’esperienza poetica.
Fuori da ogni determinismo, l’atto poetico è sempre il vettore di un desiderio di concatenamento. L’esperienza poetica sfugge infatti ai limiti del letterario, alle pretese della teoria, e diventa potenziamento, esaltazione ed enfatizzazione del sensibile, ma sempre all’interno di una relazione determinata, desiderata.
Nell’intimo della conoscenza, diamo la parola a un eterno proposito di seduzione. Cerchiamo di possedere il senso delle cose. Arrangiamo i nostri saperi in modo da restare dentro un’accettazione della vita e della morte. Abbiamo coscienza che il movimento dell’esistente passerà comunque un colpo di spugna su tutti i nostri sforzi. Eppure, ci ostiniamo a varcare il dubbio e a intessere una trama di eventualità. Non riusciamo a resistere, e mai resisteremo, alla voglia di aprire quella porta che dà sull’impossibile. [Carmine Mangone]

[1] «Viene sempre il momento in cui bisogna scegliere fra la contemplazione e l’azione. Ciò si chiama diventare un uomo» (Albert Camus).


Davide Galipò

IL DONO

Beata tenace magnifica ignoranza,
tu che riesci a stupire i cuori semplici,
a far breccia negli avverbi,
lasciando bocche attonite e fedeli,
abbandona, per un attimo,
queste menti, falle correre libere,
scandagliale nel silenzio,
fai avvertire loro il brivido
d’un fugace desiderio
– non di pessimismo cosmico
o scenari apocalittici –
ma orizzonti sconfinati, praterie;

ora al pascolo, le bestie
non s’immoleranno dalla trebbia,
riunendosi in assemblee
e ‘l paese sfilando per le vie,
costringendo i macellai,
con sguardi accigliati e bovini,
a servire carne umana
per contentar la fame dei consimili.

Nell’ora in cui la bocca
solleverà dal fiero pasto,
con denti sporchi e mani insanguinate
a rosicchiare la polpa dalle ossa,
l’umanità tutta udrà il grido per ciò ch’è stato fatto.

Allora, dolce oblio, tornerai
a ottenebrare le coscienze,
una pietosa ombra
stenderai sui loro sogni
e quando, ridestandosi dall’incubo,
saranno grati al buon destino
per non essersi compiuto,
guarderanno al nuovo giorno,
tracotanti d’innocenza.

Quale zelo, quale grazia,
questo dono.

*

MAJAKOVSKIJ NEL BAGNO

Caro mio amico e fratello,
compagno di notti insonni
sudate sull’eremo di Tizzano,
una durissima sciarada ci attende
tra le piaghe della fame
e la mancanza d’appetiti.

La mia paura d’arrivare in cima
è tale – nell’amara consapevolezza
di non poter varcar la soglia –
che, solo, mi aggiro tra ciò che sono
e ciò che gl’alteri aspetterebbero.

Nessuno è pronto adesso
a rimembrare il suono dello sparo,
ma tutti vorrebbero essere al mio posto
mentre, solo, mi accingo a spingere
la porta che divide il bagno dal soggiorno
– lasciando il peso delle mie fatiche
a raggelarsi sul mio letto –
e il cadavere di Vladimir lì disteso,
sul pavimento: batte ancora
il suo gran cuore nello scarico
che, lento, vorrebbe ingoiare i segni
di un dolore così grande.

Nessuno è pronto adesso
a rimembrare le urla salire per le scale,
ma tutti vorrebbero essere al mio posto,
da cotante tubature sgorganti sangue,
per colare, coscienziosi, sulle membra.

Vane le nostre esistenze di fronte a tale perdita
(e questo è forse il punto: altre vite abbiamo avuto,
senza rendercene conto), presenze nell’assenza
di un’impropria occupazione.

Il fatto è, mio vecchio,
che ci accingiamo ad usurpare il posto di chi, invero,
fu disposto anche a morire per la sua Rivoluzione:
benché ci dia diletto pensare d’esser come loro,
sopravvivremo, nostro malgrado, a questo mondo
ché di esso siamo figli e ad esso infami torneremo.

Ma la follia è da pagar cara – come la solitudine,
del resto – generata (e non genetica)
dal troppo lauto prezzo.

Perciò brindo: a ciò che siamo stati,
a ciò che non saremo.