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Le parole di Luca sono un acquerello che tende a sbavare continuamente il suo bisogno di tenerezza. Non dicono la protervia del desiderio, né il nichilismo degli imbecilli istruiti, bensì la bellezza di un respiro comune delle cose. Aprono timidamente la porta all’affetto che ci tende la mano ad ogni sorriso, ad ogni disdetta della superbia. Proprio per questo, resto molto contento che mi abbia fatto dono della seguente manciata di testi. I poeti che poetano e basta non vi si ritroveranno, je crois. Io invece mi ci perdo ad ogni svolta, ad ogni indecisione della poesia. Grazie. [Illustrazioni di Kamil Vojnar.]

Schizzo d’autunno

A volte sogno di essere un uomo
sguardo incravattato, adiacente
a una modesta barba bianca
ma ciò che vedo non è autentico
è come un pensare a chi eri
o a chi sono stato quando ancora
mi volevi padre di una idea, poi
mai inseminata. Un nuovo novembre
si avvicina, lo dice il pane sbriciolato
dentro a un brodo di cavoli amari,
a breve tornerà l’astuto pettirosso
a parlarmi di un bosco sognato – da
bambino – che non sogno più se
mi vedo uomo e ripeto gli uomini
che non sono stato. Quanto sei bella
quando sogno la tua apparenza
sulla mia barba ancora castana.

È tutto qui

Mi chiamano poeta gli amici del bar
ogni tanto qualcuno per strada mi guarda
mi ferma, mi chiede da accendere
e poi se ne va. Forse un giorno pubblicherò
un letto d’ospedale, saranno tre capitoli in croce
su inchiostro d’aceto, di quello buono
che non sa mentire, come una musica ridondante all’imbrunire.
Fumerò il divario che mi separa dal pronunciare il tuo nome, come
un imbiancarsi di nero, come un trasferirsi
dentro a un vaso di fiori abbandonato da un dir si voglia, che ogni giorno
un poeta nasce e – forse – uno rinasce, dal posacenere dimenticato
di un bar, dove si trascorre il tempo a bersi il passato
ed il futuro è una sigaretta che non tira.

Il cuore grande del mare

Oggi il mare ha portato a riva
una cagnolina morta.
L’ho percepita femmina
dalla dolcezza dei suoi interi resti.
Ho pensato molto sul da farsi.
Ho chiesto aiuto alle mie lacrime
mentre la accarezzavo, la mia poca
mobilità è diventata un impaccio
grande per queste cose, mi ha preso
una disperazione angelica, tipica
dell’incapace, sono andato a cercare
dei bastoni. Avrei voluto costruire
una barella, di più inutile solamente
il mio pensiero. Ho camminato
qualche metro sulla mite sabbia
senza trovare nulla di valevole.
Sconsolato, sono ritornato sui miei
incerti passi, un’onda se l’era ripresa.
Mi sono sentito sollevato, vederla
tra le braccia del mare mi ha ricordato
quando, bambino, mi lasciavo cullare
in braccio a mia madre. Tutto ha una fine
che non finisce se la morte sa essere dolce.

Venia

Ci vorrebbe un guinzaglio per disarmare queste dita impazzite, non so dove andrò a finire una volta uscito da questo corpo, certo avrò più tempo per pensare, per pensarti, magari potremo stare insieme e andare dove, soli, non siamo mai stati, oppure accompagnarti dove qualcuno ti porterà. Chissà quale rumore fanno i morti, chissà se ancora mi senti, come quando esistevo al pensiero, quando avevo un nome cifrato, dettato – alla carezza – dal trucco. Sono sopravvissuto alla mia miseria ma non alla tua ricchezza, sono stato il tuo alchechengi provvisorio fino a che hai preferito inaridirlo, piuttosto di ammettere la débâcle di tutte le parole pronunciate all’inchiostro. Mi promettevi il Natale a Ferragosto, poi tornava primavera e ancora il gelo mi nutriva, ero tutta la tua vita ma nessuno, a parte te, lo immaginava, eri tutta la mia vita e tutti, a parte te, sapevano il mio cuore. Desidero, per te, la quiete, attraverso un dialogo interiore che possa connetterti all’intenzione. Mi trattasti come una bestia e qui sta la tua ragione, perché come una bestia vivo e come una bestia ti perdono.

La quiete degli alberghi

Avresti potuto spaventarmi nella quiete degli alberghi, casa ci cova, nella mente solo lei, enfatico replay, prestanome dei senzatetto, smaterializzazione dell’oggetto, questione di peeling, cappe sante illibate, teorie della materia improvvisate, l’astrologia dei feromoni, piove sul bagnato, infiltrazioni dalle tasche dei pantaloni, fusilli a quattro zampe, sospiro urticante, l’ombra del gigante, mastico gomme intermedie poiché le estive sono lassative e le invernali provocano coliche renali, quo vadis, qua vidis, qui ridis, di me. Missili terra-aria, di tutte le passioni la mia più grande era uscire di casa in mutande, camminare con fare impertinente tra la gente e poi sedermi sulle panchine di marmo del viale del cimitero ad aspettare l’uomo nero ma mi ronzava attorno solo il clone che gridava a viva voce sono io la prossima generazione. L’uomo nero, quello vero, lo avevano indirizzato al ministero della pubblica istruzione, immatricolava pecore che mantenessero inalterata la disperazione, conservatori di un mondo privo di abnegazione, la tensione delle chiavi accordate per quinte ascendenti, quella sensazione di avere della sabbia in mezzo ai denti, cercavo di formare onde attraverso la saliva, ma lei scendeva sempre più giù e non tornava a riva, non l’ho mai più vista, solo sentita scavare nella mia cancrena, supplizio nelle notti di luna piena.

Dopo scena

Finisco di ruminare la cena per poi stravaccarmi sull’amaca ad apparecchiare il cielo. L’estate è come un dolore, portato da una notizia, il suo crepuscolo ne è il messaggero. Da ragazzo mi dicevano che ho occhi grandi abbastanza per sopportare il dolore, per riconoscere perfino la foglia che non si muove, mi dicevano che più buia è la terra e più stelle stanno nel cielo. Le osservo, le stelle, mentre ostentano il loro brillare che è solo illusione per i miei occhi grandi di cui uno più piccolo. Ci stanno tutti i miei sogni ad imbandire quel cielo lungo quanto un buffet dove il dolce si mischia al salato. Ci sono vassoi di stelle scondite, caraffe di lacrime che mai arrivarono a toccare pelle, ossa di satelliti dimenticate, mai strette, abbracciate, avvinghiate. All’improvviso un gregge di nubi chiude il sipario, lo spettacolo dovrà proseguire senza il cielo, la terra ha smesso di tremare, solo qualche brivido, di miseria. Se provo a chiudere gli occhi grandi si accenderà una luce, la quale giace negli occhi di un mare che in lei si riflette. La natura costruisce demolendo, l’uomo demolisce costruendo. Forse è per questo che di quando uno muore si dice vada in cielo, solo le anime delle bestie sono di questa terra, della terra. L’uomo crede di essersi talmente elevato che perfino il cielo non lo è abbastanza e pensa in cuor suo che la propria anima andrà ancora più su, che gli spetterà di più, una volta pentito.

Diversamente cane

Tu eri un cane diverso. Forse mi scegliesti per l’ombra breve riflessa dal mio scheletro, adatta alla tua forma e al tuo passo.
Lanciarti un bastone era inutile, non ne riportasti mai indietro uno, schivavi il mare ma non le spiagge, specie quelle di roccia, a volte parevi una capra nel tuo arrampicarti. Nata libera, ti inventavi battaglie ogni giorno, per volere affermare la tua superiorità, mi guardavi sempre fissa negli occhi senza abbassare mai lo sguardo, poi d’incanto, come fa il mare, ti placavi e tornavi la bambina che di tutto ha bisogno. L’estate è la stagione nella quale più manchi, la potatura ti faceva apparire più esile, cucciola indifesa e bisognosa di cure e attenzioni, ma bastava una scintilla di coda di lucertola per farti spiccare il volo. La mia incapacità a gestirmi da solo mi rendeva dipendente da ogni tuo gesto, da ogni tua empatica richiesta, guardavamo per ore il mare, quel mare che io amavo e che tu non capivi. Abbiamo vissuto reciprocamente coinvolti nei pensieri l’uno dell’altra, un uomo e un cane, indistinguibili, separati da un respiro andato a male sul quale ogni giorno ritorno, come fa il cane quando non ritorna più il padrone. Perché scegliesti me? Non avevi bisogno di nessuno.