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Commentari sulla società della riproduzione dello spettacolo
30 luglio 2026
[ versione originale ]
Tutto ciò che si era allontanato in una rappresentazione s’insinua ormai nel vissuto, in quanto vissuto della rappresentazione.
Nel mondo realmente sostituito, il falso è un momento del falso.
Lo spettacolo non è più un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra immagini mediato dalle persone.
Gli individui diventano gli operatori del flusso con cui organizzano il proprio rapporto col mondo.
Ciò che un tempo appariva come contemplazione, si presenta ora come partecipazione: questa partecipazione è l’attività stessa con cui lo spettacolo si riproduce.
Lo spettacolo non si contenta più di esporre delle immagini: forma i soggetti capaci di produrle.
Gli uomini non sono più solo gli spettatori del mondo rappresentato; sono i produttori ordinari della sua rappresentazione, ma ciò che producono circola e sfugge loro immediatamente, perché l’abbondanza delle immagini impone la necessità di una loro incessante circolazione.
La circolazione permanente diventa la forma visibile della vita sociale.
Più gli individui producono immagini, più derivano dal [vanno alla deriva nel] mondo che esse compongono.
L’attività con la quale si esprimono è anche quella con la quale si conformano.
Lo spettacolo organizza così la formazione dei produttori del proprio stesso spettacolo.
L’esperienza stessa si modella sulle forme della sua possibile rappresentazione.
La vita sociale si ordina attorno a questa visibilità generalizzata.
L’apparente integrazione di tutti nella circolazione delle immagini diventa la forma generale della separazione.
Ciascuno partecipa allo spettacolo comune, nelle condizioni che gli sono date.
L’unità dello spettacolo risiede nella forma unica di visibilità che esso impone.
Gli individui vi cercano la conferma della propria esistenza, laddove tale conferma dipende dal movimento stesso che li supera.
Così lo spettacolo produce gli uomini che producono le immagini alle quali si sottomettono.
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L’economia è l’economia del reale
3 agosto 2026
[ versione originale ]
Impoverimento del reale, impoverimento della natura, impoverimento dei poveri, impoverimento della ricchezza, ridotta alla miserabile esistenza dei ricchi: questa è l’economia; l’economia è l’economia del reale.
L’economia non è né il fondamento del reale, né la sua verità, né il suo orizzonte. È una forma storica di organizzazione alienata dell’esistenza; un’organizzazione dell’esistenza alienata. Una forma che ha finito col prendersi per il tutto, fino a prendere tutto.
Il materialismo storico ha accompagnato quest’illusione. Facendo dell’economia il motore della storia, esso ha confuso una forma alienata del reale con il reale stesso. Ha voluto combattere il capitale sul suo stesso terreno, fino a parlare la sua lingua. Non si è limitato a produrre una critica del capitale; ha finito per ridurre il reale a ciò che sapeva misurare: i rapporti di produzione, le classi, le contraddizioni economiche. Il resto diventava sovrastruttura, illusione o supplemento d’anima.
A forza di voler partire dalla materia, nel senso più economicista, più economizzato, ha finito per dimenticare la vita.
Il capitale, da parte sua, non ha dimenticato alcunché. Ha assorbito le proprie contraddizioni, integrato la sua critica e fatto del proletariato un momento della propria riproduzione. Il vecchio soggetto rivoluzionario è diventato una funzione del sistema che avrebbe dovuto abolire. Continuare ad attendere il suo risveglio appartiene ormai alla liturgia.
Abbandonare un tale materialismo non è una regressione. Significa riaprire il reale.
L’emancipazione non deve restare rinchiusa nelle categorie che hanno accompagnato l’ascesa del capitale industriale. Essa ha inizio quando trabocca dal quadro che pretendeva di spiegarla.
Si tratta ormai di emancipare l’emancipazione.
L’emancipazione non consiste nel sostituire un’economia a un’altra. Ha inizio quando la vita smette di essere amministrata come un’economia.
La sola realtà storica dell’economia è quella di essere superata.
Il suo destino non è il governo del mondo.
Il suo destino è la pattumiera della storia.
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Dopo il materialismo
4 agosto 2026
[ versione originale ]
Il materialismo ha costituito una rottura decisiva con le filosofie che ponevano lo spirito, Dio o l’idea come fondamento del mondo. Tuttavia ha conservato la medesima struttura: sostituire un principio assoluto con un altro. Allo Spirito, ha sostituito la Materia.
Il materialismo storico ha portato avanti questo processo identificando progressivamente la materia con la sua organizzazione economica. Il reale si è trovato ridotto ai rapporti di produzione, alle forze produttive, al valore, al lavoro. La storia è diventata la storia di questa riduzione.
Ora, il reale è anteriore a tutte le categorie che pretendono di definirlo. Non è né materia, né spirito. Questi concetti sono elaborazioni umane destinate a descrivere alcune dimensioni del mondo, non il suo fondamento.
L’economia non è l’economia della materia. Essa è l’economia del reale: un modo storicamente determinato di ordinare, misurare, frammentare e sfruttare ciò che esiste.
Uscire dal materialismo non significa tornare all’idealismo, bensì smettere di cercare un principio unico da cui tutto deriverebbe. Il reale non va dedotto. È ciò da cui procedono tutte le categorie, compresa la materia.
La critica rivoluzionaria ritrova così il suo vero oggetto: non la materia alienata, ma il reale mutilato.
[ Traduzioni di Carmine Mangone. ]
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