Un estratto da: Carmine Mangone, Il corpo esteso del possibile, Ab imis 2026. Fotografia di Oleg Oprisco.
Volemmo capire
e ci s’infranse l’origine.
Negando alle pietre sgrossate la deferenza del muschio, murammo a secco anche la casa dell’amore.
L’entusiasmo più limpido restava bellamente nel crollo dell’ossequio.
Alzo gli occhi e tocco l’assenza di paura delle stelle.
L’aria assolve il silenzio e lo converte in matrice d’eventuale.
Non potrei vivere in un’epoca migliore di quella in cui vai sottraendo ogni improntitudine alle mie negazioni.
Passare accanto agli scomparsi, ai fulminati, ai ritornati.
Fantasticare sulla riabilitazione ultima del candore.
Le spalle strette del tempo non reggeranno alla commozione.
Il fuoco acceso è l’igiene della nostra fortuna.
La tua parola si prodiga in scintille, mi scalda le mani.
Persino la cenere ringrazia il tepore redento che ospita la notte.
Il freddo non calerà tra le pagine della sera.
Quante armi ci separano dal cuore del definitivo?
Arriveremo mai a vivere una mietitura davvero innocente?
Osservo l’erosione benedetta dalle future primavere e accolgo le tue nuove sentenze di vita.
Tutte le colpe della pietra non fanno ancora una montagna.
