Questo è il tredicesimo paragrafo del mio Quest’amante che si chiama verità (edizioni Gwynplaine, 2014). Le illustrazioni sono opere di Michael Parkes (Almost fallen angels I & II).

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Ci sono libertà che vengono a crearsi dentro le aperture dei corpi, e che respirano, impigliate tra i vuoti del pensiero. Libertà che hanno tutto l’odore del mondo.
Niente di più complicato del rendere con la scrittura ciò che sfugge al dominio dei simboli.
Potevo pensarmi sul bordo di una certezza, radicarmi nel fitto sottobosco d’un desiderio. Avevo in te una nuova riserva di bellezza in cui avventurarmi e nutrivo il desiderio di mettervi mano – mettervi bocca – strappare allo spazio un movimento decisivo.

Ci avviciniamo all’essenziale originario, al “primitivismo” dell’olfatto, quando ficchiamo il naso tra le pieghe della carne.
Truffando la stazione eretta vincoliamo il nostro movimento – il nostro amore – alla rievocazione carnale di un ingegno, sul quale sappiamo poco o nulla, e che molto spesso chiamiamo “natura”.
Parentesi micidiale. Far gattonare il pensiero ai limiti del destino, mettere a quattro zampe le idee e prenderle da dietro, come si conviene a chi s’interroghi senza mezzi termini su quel che abolisce il vizio di durare.

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L’idea dell’amore e il suo odore. L’odore dell’amore, voglio dire, che sfugge al significante e diventa trasparente, carezzevole, insidioso.
È attraverso l’odore che l’idea s’incrina e può spalancarsi. L’emanazione si propaga, circonda le parole, la memoria. Ogni cosa ha il suo richiamo. Annuso l’aria, i corpi, le parole.

Molti mammiferi, quando incrociano un proprio simile, gli annusano il muso e poi sotto la coda. Il possibile riconoscimento si realizza così, con un atto elementare che mette in gioco la chimica nativa dei corpi.
– Entri nel mio mondo, sconfini al di qua, ed io verifico la prossimità delle nostre presenze recando al mio corpo e alla sua voce tutto il respiro che sei.
L’incontro è sempre un passarsi reciprocamente una qualche forma d’animazione; un donarsi eccitazione, stimoli. Offerta a sé, all’altro, all’insondabile bellezza che potrebbe venirne; scambio di segnali (come feromoni, parole), grazie ai quali si apre uno spazio comune per l’eventuale pratica dell’intesa.

Attraversando il tuo odore, mi scopro in un movimento senza tensione che sospende il mondo alla superficie del tuo corpo.
Potrei morire contento, morire con la certezza dell’essenziale, in questa sospensione, in questo strano movimento tra gli anfratti della tua gioia.
– Eccoci ancora una volta in anticipo sulle parole, sollevati dalla fatica che riempie i libri; leggeri, spensierati e nondimeno pregni, colmi di una decisione che ci sottrae all’opera, ma unicamente per rilanciarla senza posa oltre l’orlo dei segni.

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