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Sul numero 12 de’ “La Révolution Surréaliste” (Parigi, 15 dicembre 1929), che sarà anche l’ultimo della rivista, appare uno scritto firmato da André Breton e Paul Éluard che s’intitola Note sulla poesia (testo che sarà poi ripubblicato in volume nel 1936 dalle edizioni G.L.M. con un disegno di Salvador Dalì). I due poeti surrealisti, ispirandosi alla tecnica teorizzata e impiegata da Isidore Ducasse nelle Poésies, plagiano alcuni aforismi di Paul Valery apparsi originariamente sulla rivista “Commerce” (n. XX, estate 1929).
Nel 2000, plagiando a mia volta il testo di Breton e Eluard elaborai lo scritto che segue, destinato originariamente ad un volantino (mai realizzato) e poi inserito alla fine del mio commentario a Benjamin Péret, nel volume Sparate sempre prima di strisciare (Nautilus, Torino, 2001).
Sorta di plagio al quadrato, quindi, dove un buon terzo complessivo del testo è un détournement dei due surrealisti francesi, mentre tutto il resto è farina del mio sacco.

 


La poesia ha per amici quelli che sono i nemici del potere: il fuoco, l’amore, la sedizione, gli esplosivi; e i loro stessi sbocchi sul mondo.
Ciò che si chiama pensiero – prima e dopo l’emozione – non è mai semplice e rigoglioso  quanto un corpo nudo. Occorre quindi svestirlo.
Il pensiero è un uovo; per riprodurlo va deposto.
L’esistenza della poesia non è mai certa; del che dobbiamo dolerci. Per tale motivo, noi non somigliamo ancora pienamente alle sue pretese.
Si può essere sordi nei suoi confronti, ciechi verso noi stessi, stupidi nel bel mezzo della vita – le conseguenze sono tutte ancora da trarre. Ma ciò che in tanti negano e che noi vogliamo, si fa centro e slancio vitale della molta incoscienza che abbiamo (e sempre avremo) nell’essere più di tutto noi stessi.
La poesia deve essere la disfatta di chi la evita costringendola in ambito letterario. Non può essere altro. Disfatta, e cioè un chi va là, ma rigoroso, deciso, intrigante; immagine di ciò che può essere, nello stato in cui gli sforzi non si contabilizzano più.
Si rovina tutto il resto, col compierla, la poesia. In ciò risiede il suo sfarzo, e la sua modalità inversa: il rigore, la tensione, l’unicità delle cose che unisce. Si eliminerebbero tutte le bassezze quotidiane. Si sconvolgerebbe tutto il possibile. Dopo la disfatta, niente può ricominciare come prima. Cattedrali, dinamite: si sposano mirabilmente.
Nel poeta: la bocca ama, gli occhi lottano, le mani inseguono, il sesso evoca… L’idiozia degli altri lo uccide di giorno, mentre il suo stesso sogno lo uccide di notte… Ma lui mira sempre alla pienezza, nel vivere.
La maggior parte degli umani ha della poesia un’idea così vaga e sconsiderata, che l’indeterminatezza stessa di quell’idea presso molti dei cosiddetti poeti ha racchiuso finora ogni proposito di poesia.
La pratica poetica si pone come il tentativo moderno di sopravanzare l’ambito della rappresentazione, e di restituire, attraverso proclami, sommosse, dichiarazioni d’amore, ciò che gli oggetti stessi della poesia tendono chiaramente a disarticolare in parvenze di vita.
Il corpo che insorge non è definibile altrimenti. È della stessa natura di ciò che muore quando lo si costringe sui banchi del mercato…
La ragione del capitale deve lacerarsi nel roveto della poesia come l’imene di una donna al primo dolce abbraccio della vita. Le foglie cadono, ma non il pensiero dell’unicità. Si cataloga ogni piacere, si serba ogni sostanza. Ma la mente è ancora magnificamente acerba.
La poesia è il contrario della letteratura, e di tutto ciò in cui credono la maggior parte dei cosiddetti poeti. Essa critica le idee fisse, gli idoli d’ogni specie, le illusioni del realismo, le frodi politiche del surrealismo di Stato, ed acuisce senza tregua le contraddizioni tra il linguaggio e l’esperienza creativa. Tale slancio critico, reale solo al di fuori dei diversi apparati estetici, è reso più incisivo dalla totale non necessità a priori della poesia comunemente intesa.
La vita dell’uomo prosaico tanto ci necessita e tanto poco c’importa quanto ad un cane il suo escremento di forma vagamente cilindrica appena evacuato.
Noi vediamo nella poesia comunemente detta un’occupazione di nessun rigore, un’industria banalizzante e miserabile a cui non concediamo più attenuanti. (Si farebbe in effetti molto meglio ad accrescere il numero dei tomi in rotta di collisione con le teste frolle dei poeti, che lasciar loro ancora un poco del nostro tempo). Molti altri vi vedono invece il fenomeno d’una proprietà o di un’attività che è solo marginale, per niente legata alla costruzione di esperienze su cui si possano innestare situazioni di conoscenza, eversione, ardimento o meticolosità carnale.
Mentre l’interesse di un qualsiasi testo rimane tendenzialmente interno ad esso e muore nel suo consumo, la pratica poetica deve farsi esperienza partecipe della finitezza delle parole che dicono l’unicità.
La poesia comunemente detta è un giocattolo rotto: ecolalia puerile in un’epoca che ha bisogno solo di coraggio e risolutezza.
Le complicazioni del linguaggio spesso fanno tutt’uno con la variazione infinita delle forme, mantenendosi su posizioni di retroguardia che fondano da un bel pezzo ciò che si chiamava avanguardia e di cui non resta nient’altro che tante belle alienazioni materializzatesi nei musei. Con ciò, intendiamo dire che s’inventerebbero ben altri moti, e di formidabili, a lasciar perdere gli effetti formali della materia.
Poeta sarà colui che smetterà criticamente la ricerca di una padronanza del linguaggio, per sostenere, senza più padroni, la sovrana espressione dell’esistenza. Un inciampo del destino, un disaccordo con le parole: porteranno a continue imboscate ai danni dell’ignoto.
Il lirismo è merda. Il lirismo è quel genere di malattia che intristisce la voce – la voce che sconcerta, che grida, che si scalmana; o che accarezza e si profonde in silenzi pieni di carne – per la quale i fonemi sono segnali di fumo in un mondo che, già da tempo, ha obliato il suo fuoco.
Occorre che ci si rifiuti di concedere efficacia a quei poeti che si rifanno meschinamente ad una causa prima. Ogni ara, ogni risciacquo dialettico, ogni poetica confusionista: vanno concretamente annientati.
L’orecchio detesta i suoni che sono all’origine dell’inquinamento acustico tipicamente culturale, anche quando lo spirito sembra rievocarne spontaneamente il senso perduto. Niente manca più del giudizio in una società dove troppi uomini sono i migliori esecutori testamentari di se stessi. Ma l’orecchio ha un rapporto diretto con lo stomaco, e mai la voce ebbe condizioni migliori per risultare forte e convincente. La letteratura non spiega niente: ripiegata su se stessa, marca con un falso temperamento la corteccia della vita. Non c’è nulla dietro la voce dei letterati: campo minato su cui saltano gli imbecilli; stato di catatonia dell’idea; spaccio al dettaglio della bestia trionfante. Verrà però il giorno (o la notte) in cui si riuscirà a leggere negli occhi senza compitare, e a scrivere finalmente sull’acqua senza sensi di colpa.



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