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Il sedicesimo paragrafo di Quest’amante che si chiama verità (edizioni Gwynplaine, 2014).
Le opere che illustrano il post sono di Simona Pocorobba.



L’amore impudente, lucido, proliferante. Non chiama a sé il pensiero, non lascia che gli s’imponga un soccorso, una ragione.

Istruire alla gioia il pensiero: l’intenzione più difficile, la meno riflessiva.

Materia canta. Pietra su pietra. Alla fionda dell’amante.

Che l’intesa si perpetui in un’ostinazione gioiosa (ma senza neutralità), non può certo dipendere da un ordine esterno in nome del quale la si vorrebbe mediata.
L’ostinazione chiama a raccolta i mille nomi dell’amore, ma unicamente per poterli perdere in una gioia impudente, mai disponibile a farsi proiezione della seriosità che fallisce la vita.

Una gioia-tritacarne. Che stratifica. Per esplosioni convergenti. Verso un senso sempre differito.

Ecco, il giardino delle meraviglie. Moltiplicato in orme, in tumescenze che si dislocano continuamente, in illusioni che hanno la natura insolente di ciò che ci espropria.

Quel rosso estremo che sulle labbra ti dice la mancanza di silenzio, la mancanza inespiabile di misura. Quella carne che ara la carne. Quei bambini che vociano in fondo alle nostre parole.

Lasciamoci tentare dal gioco. Doniamo un sorriso alla gravità. C’è sempre un corpo che ci lega. Espressi da un’imminenza, da un combaciare di strati, di pelli, ci vogliamo ricondotti solo al destino del più adiacente.

Vendetta di un Dio che non sa scrivere? Pavidità dell’uomo di fronte all’impossibilità di un radicamento nella carne?
La parola prepara un letto di chiodi e lambisce già da ora il morto che sarò.

Quando la passività non è carcerazione del sé; quando si rivela non già accoglienza, bensì sospensione, decisione a domandare, senza risposta, senza laboriosità, pur nella pressione, nel contatto reciproco, e che passa, non può non passare per la cancellazione di ogni autorità dell’essere.

Fine temporanea dell’esilio, appoggiarmi con la guancia all’interno della tua coscia e sentire che anche l’incessante vi fa sosta.

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