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Di seguito, il paragrafo 18 di Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine, 2014), ripreso con alcune varianti in Infilare una mano tra le gambe del destino (Asinamali, 2015). Qui si presenta proprio questa seconda versione. Le foto sono di Antonella Sportelli.



La cosa più ardua è ricostruire ogni giorno la mia carne desiderante – tendere una mano per carezzare l’esistente, toccare senza compiacimenti – e far sì che divenga una macchina da guerra capace di assediare l’essenziale senza svilire le tue insegne, né tradire l’intesa.
Parlare di guerra, per me, non è parlare di ordini, uniformi o scontri tra luoghi comuni armati. Le parole d’ordine, combattendo aspramente dentro e fuori di me, su piani variamente intersecati, lasciano il posto ad una logica dell’insurrezione (o la preparano). Le uniformi si rivelano un surrogato del carattere sotto un cielo già ampiamente provato. I luoghi comuni non possono più trattenere le linee di fuga, le incostanti che portano all’evasione, né possono recintare quell’esilio che si vuole come unicità (e apertura verso l’unicità) anche nel disastro.
Bella parola, “insurrezione” (la Empörung di Stirner…). Dentro di essa, in risonanze che hanno a che fare sempre con l’irrompere di un’unicità che ostacola ogni tentativo di costruir leggi o monadi, vi è tutta un’erotica della sollevazione, cioè un divenir-barricata dei corpi, un divenir-sciame delle loro carezze, un fare breccia, un fare mondo, insieme ad un dislocamento senza posa di questi stessi movimenti per evitarne la reclusione in sistemi o strutture di potere.
E se “insurrezione” sembrasse parola ancora troppo “maschile”, troppo legata a concezioni virili ed erettili, la si potrebbe sempre squadernare in un brulichio di tumescenze che si fa tumulto senza sesso o con tutti i sessi possibili. Anzi, le potrei chiamare tumultescenze, in questo moto gioioso e arcimboldesco dove anche le idee fanno l’amore.

Perché l’insurrezione è gioia. È crogiolo d’ali, danza di pettirossi sulla neve, nonché tutta la potenza del divenire che esplode in questa stessa danza.

Le nostre carezze sono orme sulla neve, segni che bramano il disgelo. L’orma è il segno di un’intensità. Intensità del desiderio che attraversa il mondo. E che combatte.
Dunque, si abbattono o si aggirano gli ostacoli che incontriamo sul cammino. Ci si costruisce ali per sorvolarli. Si combatte dentro il ricordo stesso del nostro passaggio. Ma la neve ritorna, come lavagna immacolata, a coprire ogni protervia e a indurre ogni volta un nuovo desiderio di ruscellamento.

– Abbandonate la mediocrità. Siate nulla. Siate un nulla che invagina il colmo eludendo i vuoti. Bisogna ficcare due dita in gola alla società, farle vomitare tutto il potere rappreso. Non si pone un punto interrogativo davanti al corpo senza che la questione si faccia carne. Il corpo rimarrà pur sempre un affronto per ogni sentenza.

L’atto del sollevarsi. Del sollevarti. Nel prenderti per mano. Nell’insorgere accanto. Contro. Per non sguazzare nelle idee già pensate. Ostinazione gioiosa. Per scoprire piani, inventare luoghi. In un oltre che non sarà mai oltraggio.
Ti sollevo dai tuoi stessi umori. Mi ci dibatto. Amo te. Mi batto per te. E continuo a cambiare l’acqua al pensiero che ho di te. Fiori di saliva sul muro di carne che sarà la morte. Mi dibatto, ti pongo in atto. Tu insorgi. Tu sorgi sulla tua stessa pelle. Come sole che s’avventi sul giorno. Insorgi, scorri, imperversi. Tu, fuoco liquido, clausola immensa della mia nuova carne. In anticipo sulla vita, mi dibatto con te, inciampo in te. Grido. D’un grido che si annette ogni voce. Solo tu mi senti, solo tu. Voglio più destino, ancora più potenza. Prendimi per mano. Resta con me. La sera è fredda. Cerchiamoci una breccia. Ormai ci siamo quasi, ci siamo quasi…

 

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