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Fare della scrittura le mancanze del racconto, senza per questo portargli rancore; anzi, sollevando anche il lettore da ogni possibile rancore. Rarefare le parole intorno ad alcuni accadimenti; far accadere di nuovo ciò che viene a cadere (incidentalmente?) nel flusso della scrittura – di una scrittura che tenta sempre l’ultima narrazione, e ne viene oltremodo tentata, pur sapendo che così avverrà l’ennesimo rilancio del racconto e delle sue mancanze.
Ecco Blanchot e la sua fragile grandezza – la sua follia – nel volere far luce su qualcosa che è destinato a conservare in sé un brandello di notte (di notte insonne, di corpo rotolante), e che, proprio cullandosi nell’opacità stessa della scrittura, dopo le ferite inferte dagli svariati tentativi di trasparenza, proprio in quest’accresciuta impenetrabilità della narrazione, potrà infine portare un’idea di soddisfazione, un sentimento di alba.
Il breve testo blanchotiano La folie du jour, pubblicato in volume solo nel 1973, era già apparso sulla rivista «Empédocle» nel maggio 1949 (n. 2, pp. 13 e sgg.). In quest’ultima, il testo figurava nel sommario di copertina col titolo Un récit? [Un racconto?], ma il punto interrogativo scompariva sia nell’indice interno, sia nella prima pagina del testo.
Il balletto del punto interrogativo preparava in qualche modo la caduta posteriore della definizione e già lasciava affiorare la battaglia in corso – in un tentativo di narrazione che non poteva più tollerare la facilità di un titolo.
Il racconto come follia di un chiarimento sempre rilanciato; valicamento incessante di ogni suo possibile titolo.
Sembrerebbe incredibile – tenerne conto, tenerne racconto – eppure si continua ad affidare l’idea dell’impossibile (e cos’è l’impossibile se non la creazione di una soglia tra vita e morte che permetta a noi e ai nostri affetti di sormontare ogni durata, ogni tempo?), si continua ad insufflare una tale idea in tutti i movimenti umani che tendono, non solo sulla carta e anche solo in potenza, ad una impossibilità della parola. Sembrerebbe assurdo, ma ormai gli inventori del mondo simbolico costringono sulla soglia o addirittura combattono molti dei loro stessi simboli per poter meglio vivere e mutuare il proprio mondo. In quest’assurdo, in questo movimento senza più segnaletica ideologica, c’è però tutto quel che ancora rimane di apertura sovrana verso l’esistente e l’ignoto.
«Un racconto? No, nessun racconto, mai più».

6 aprile 2012




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