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Ti chiamo. Ti chiamo nei tanti nomi che andranno smarriti. E ti armo. Ti armo come nave che mi affonda in ogni nome che sfugge.

Spazio, affluenza, spazio. Smetti la misura tra te e il fuori! Datti una vicinanza che resti eventualità di folgore! Io sogno un immenso sogno, che possa svegliarmi insieme a te – montagna, intrasportabile fascìna.

Il pensiero si denuda, si accoscia. Le tue cosce nude pensano: mani, marea, mani che ti prendono, che mi dai da pensare, nel fuori, nel fuori di me, come marea che blandisce le tue cosce, queste mani che mi tocca inventare – e che non saprò tenere – nel tatto di me stesso che potrai vantare.

Anche supponendo la caduta di tutte le parole. Io verrò a chiamarti. E tu camminerai con me, nel rumore che soltanto la parola elusa saprà ritmare sotto i nostri passi.


11 aprile 2012. Frammento confluito nella terza sezione di Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine edizioni, 2014).



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