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Nessuna carezza è adulta.
Lo spazio in cui disegniamo corpi mobili, moventi – uno spazio prodigiosamente colmo – dove il tumulto ci riconduce ogni volta alla vita perpetua, a quella mutua sollecitazione che ci mette al mondo senza che l’esistente s’irrigidisca nell’inflessibilità del gesto; questo spazio chiama alla vicinanza puerile.

Che cosa cerchiamo se non la ricerca stessa?, ci siamo detti. Una trasparenza da attraversare malgrado la materia, ma che non riconosce, alla pietra, la stessa unicità dei corpi vivi.
Amiamo i corpi in cui è successo qualcosa, in cui ci si può raccontare delle carezze, delle mani, ma senza vanagloria, senza perdersi in parole familiari. Qualcosa che non si possa attenuare, e che mai scongiurerà l’esigenza di sempre più destino.
Nessuna carezza è adulta, soprattutto nella leggerezza di un gioco improvvisato, fatto di rilanci, di echi, tra me, te, il mondo.
La trasparenza non è il vuoto. La trasparenza è l’acqua corrente della visione.

Se le braccia che stringono sono radici, gli occhi che si sposano sanno essere intere foreste.


9 novembre 2012. Foto di Eikoh Hosoe. Frammento confluito in
Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine, 2014).



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