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[Quattro frammenti dal mio Fuoco sui ragazzi del coro, Nautilus, 2014.]


 

5.

Siamo sempre vissuti dentro un tentativo, nello spazio di un fuori che non implica una caduta, un incespicare nell’Altro, bensì un continuo dislocarsi, insieme, vibranti, cocciuti, camminando a braccetto per le vie di un mondo dove vanno e vengono gli uomini da rifare. – Il movimento è l’interrogazione, la messa in causa che oltrepassa ogni possibilità di domanda, ma è anche la realtà di ciò che ami, di ciò che ti incita a violare l’impossibile. In ogni tempo, la rivolta è una rosa che puoi potare, non recidere. Voler vivere la potatura: ecco a cosa siamo chiamati.

11.

Il noi non è mai semplicemente un due. Anche quando siamo solo io e te chiusi in una stanza. Il noi è sempre un molti. È sempre una risonanza d’affetti, una mattanza di pregiudizi, un’esigenza comune e rigorosa che ci prende impunemente tutte le volte che aspiriamo a smentire la morte e a farlo insieme. I molti che entrano in una parola, in un gesto, sorridono, piangono, amano o prevaricano attraverso le forme che doniamo alla realtà, andandosi poi riverberando, di corpo in corpo, di bocca in bocca, solo dopo aver assunto quella forza mai neutrale che gonfia di vita il pensiero.

19.

Dicono che non sia ancora tempo, che occorra procedere per gradi; ma io non conosco la pazienza e ho poco agio per inventarmi una calma che non mi serve a niente. In tutta sincerità, preferisco incrociare le braccia e crogiolarmi mille volte nell’indolenza, anziché esitare o girare a vuoto. Forse non ho le idee chiare su ciò che voglio, ma in compenso so perfettamente cosa non voglio. Pur non avendo una causa, mi prefiggo infatti diversi obiettivi e sono ben intenzionato a raggiungerli. Mi è toccata in dote una sola vita, una sola chance, un giorno dovrò morire, per cui cerco di dare un senso e una qualità alla mia presenza in questo mondo, accompagnandomi a coloro che ho scelto e dai quali sono scelto, senza indugi e senza mai barare sulla nostra intesa. L’anarchia è questo: l’assunzione di una potenza, di una tensione che ci sottragga all’autorità e all’inorganico della conservazione, evitando però che la nostra unicità di viventi si perda nel movimento di riscatto. Se la morte è la ricombinazione della materia, l’anarchia è la ricombinazione gioiosa ed autonoma di ogni movimento che non accetti di subordinarsi al disordine della vita: avvento particolare del senso, che si scaglia contro l’assoluto impersonale della morte.

20.

Io sono di tutti i posti dove mi sento a casa. (Forse la verità salta fuori in tutto il suo candore solo quando ho la protervia di credere che si possa indicare la residenza di ogni affetto.). A mo’ di paguro, portarsi dietro alcune finestre sull’impossibile e un tetto di fierezza. (D’altronde, è inutile sottolinearvi il pericolo della stagnazione e le belle azioni degli incoscienti.). Mai meno di questo, talvolta anche più di questo. (Aver accettato questa radice esigendo lo smarrimento in fondo al discorso.). La voce circolava già da alcuni giorni. Diverse centurie della Colonna sono destinate alla difesa di Madrid. Si parte forse domani. (Spalla a spalla, non si sente mai freddo, se la gioia è nel viaggio.).








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