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Ho delle certezze. Passo a lato dei verbi inevasi. Cerco di star bene anche quando il mondo mi attira nel suo male ordinario. Anzi, a volte lo rendo ancor più fosco dicendo per contrappasso la gioia e vestendomi di noncurante vanagloria.
Galassie intere, nel perimetro del tuo corpo, nella compiutezza diafana di una pelle tesa sulle proprie luminescenze.
Devo confessare blandamente che ho sempre ammirato chi muore pazzo o giovane. Nietzsche, Artaud, Lautréamont. Ci sono follie che varcano la soglia, che son dentro ogni dimestichezza importuna – e giovinezze che maneggiano soliloqui affilati come coltelli, nell’imbarazzo di una comunità che stenta.
Materia che mi figurava, corpo che mi porgeva affronti. Non ti ho mai guardata altrimenti. Ciò mi rende ancor più cinico con chi non capisce.
La verità sta in queste membra fragili, calde, addossate al muro dei pensieri morti.
Da un punto del fuori che si capovolge immediatamente in presenza comune, l’esclusione dei concetti mi porta dritto alla tua fica.
Patafi(si)ca.
Saprò di averlo vissuto perché ti tocco. E questo toccare è l’esclusione della distanza, della passività che si pianta tra le parole, quantunque il piano d’immanenza dentro cui ci si dispiega sia assediato giorno e notte da responsabilità che rimandano all’avvenire.
(Av)venire sulla faccia del mondo. Sborrare conoscenze che deturpino il capitale. Disconoscere ogni infelicità.
In lode del tepore consolidato. Le paure antiche non passano. L’invecchiare della speranza. Come un vino buono. Accanto al giorno cominciato troppo presto. Al modo brutale che ho di avvertirti ogni volta sull’al di là dell’amore.

31 ottobre 2012. Illustrazioni di Jan van Rijn. Frammento confluito in: Quest’amante che si chiama verità, Gwynplaine edizioni, 2014.


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