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Qualunque cosa io possa dire, accetto sempre ogni cedimento nei riguardi delle nuove determinazioni dei nostri corpi.
Ho scritto «determinazioni», ma forse dovrei dire asperità, creste dei congiungimenti, picchi di vita che oltraggiano l’impossibile (pur amandolo, pur temendone follemente la facilità, il suo essere di facili costumi – l’impossibile spalancato, in calore, avido di senso e di tempo come un buco nero astrale).
 
Lasciamoci tentare dall’infinita vicinanza che si dà senza potersi scambiare con parole, valori.
Persino il tempo si piega, sul bordo della tua coscia nuda. Persino il mio cinismo rompe le righe, all’altezza della tua fica.
 
C’è in atto un esodo. Noi siamo il movimento, il dislocamento. Potremo mai sentirci in esilio?
No, affatto, almeno finché la nostra “patria” sarà questo movimento comune, mano nella mano, alla scoperta della ripetizione, della rivoluzione.

Prima serata del 14 dicembre 2012. Frammento confluito in Quest’amante che si chiama verità. Illustrazione di Jan van Rijn.



vanrijn01

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