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Questi frammenti testuali sono tratti dall’opuscolo Dallo sciopero selvaggio all’autogestione generalizzata, pubblicato da Raoul Vaneigem nel 1974 con il nom de plume Ratgeb e oggi riproposto in una nuova traduzione dalle edizioni marchigiane Gwynplaine.
In precedenza, avevo già postato degli estratti sia dal pamphlet vaneigemiano, sia dal mio saggio che accompagna la nuova edizione italiana.
Ovviamente, a distanza di quasi quaranta anni, venuto a cadere l’humus sociale e politico-culturale alla base del consiliarismo del Ratgeb, le ipotesi e i “consigli” di Vaneigem vanno estesi ad un ambito sociale molto più ampio di quello produttivo.

Vaneigem2009


(…)

38. Il vero senso di uno sciopero è il rifiuto del lavoro alienato e della merce che produce e che lo produce.

39. Lo sciopero assume il suo vero significato solo diventando sciopero selvaggio, cioè sbarazzandosi di ciò che ostacola l’autonomia degli operai rivoluzionari: partiti, sindacati, padroni, capi, burocrati, candidati burocrati, crumiri, lavoratori con la mentalità da sbirro e da schiavo.

40. Tutti i pretesti sono buoni per scatenare uno sciopero selvaggio, perché non c’è nulla che giustifichi l’abbrutimento del lavoro forzato e la disumanità del sistema mercantile.

41. Gli operai rivoluzionari non hanno bisogno di agitatori. È solo da loro stessi che parte il movimento di agitazione generale.

42. Durante lo sciopero selvaggio, gli scioperanti devono esercitare il potere assoluto, ad esclusione di ogni potere esterno ad essi.

43. Il solo modo per tenere in scacco le organizzazioni esterne – tutte recuperatrici – sta nell’accordare ogni potere all’assemblea degli scioperanti e nell’eleggere delegati incaricati di coordinare le decisioni e farle applicare.

44. Per quanto limitato possa essere, uno sciopero selvaggio deve mettere in pratica tutto il possibile per ottenere il sostegno del maggior numero di persone. Ad esempio, abituando alla gratuità: sciopero delle cassiere di supermercato che consenta la distribuzione gratuita dei beni esposti e immagazzinati; distribuzione da parte degli operai dei prodotti da loro costruiti oppure prelevati dagli stock di fabbrica. (…)

50. Bisogna saper coordinare i mezzi di pressione e dissuasione con la natura delle rivendicazioni. Per esempio, è assurdo minacciare di far saltare la fabbrica, come hanno fatto gli operai degli stabilimenti Salée a Liegi (nel settembre 1973), per ottenere un colloquio con dei parlamentari. Il ricorso a mezzi estremi deve condurre a misure radicali (per esempio, alla liquidazione del nemico statale, al disarmo delle forze repressive, all’evacuamento di polizia ed esercito da una città o da una regione).

51. Rischiare solo quando ne valga la pena. Se si resta isolati, meglio abbandonare le posizioni e prevedere nuovi tentativi, evitando così la repressione e volgendo a vantaggio dei rivoluzionari ogni momentaneo ripiegamento.

52, In caso di minaccia repressiva, considerare la distruzione dei luoghi e degli ostaggi. Ciò che non può essere espropriato a favore di tutti può essere distrutto; in caso di vittoria, ricostruiremo; in caso di sconfitta, affretteremo la rovina della merce.

53. Bisogna rinunciare una volta per tutte alle manifestazioni di massa e agli scontri di tipo studentesco (sampietrini, bastoni, barricate). Per proteggere la merce, i poliziotti non esiteranno a sparare. I gruppi d’intervento devono giungere rapidamente al disarmo e alla neutralizzazione degli statalisti.

54. Mai fidarsi degli statalisti, non accettare alcuna tregua, estendere il movimento il più rapidamente possibile, e non dimenticare la ferocia della repressione borghese e democratica.

55. Ogni operaio ha il diritto di espropriare a proprio vantaggio i prodotti e le tecniche impiegate finora contro di lui.

56. Ogni operaio ha il diritto di sabotare tutto ciò che serve a distruggerlo.

57. Il sabotaggio e l’esproprio sono i gesti spontanei più diffusi nell’ambiente operaio. Per moltiplicarli, perfezionarli e dar loro maggiore coerenza, basta diffonderne ovunque la coscienza e ribadirne l’utilità.

58. Nel 1972, un rapporto presentato da funzionari del Commissariato per la protezione dello Stato e per il rispetto della costituzione, e dai responsabili della sicurezza industriale nella Repubblica Federale Tedesca, ha rilevato i seguenti atti di sabotaggio economico:
– In una fabbrica di pneumatici, le miscele occorrenti alla loro fabbricazione erano state a più riprese sporcate con diverse sostanze.
– Nei dintorni di un’acciaieria, due uomini hanno danneggiato le valvole di ritegno di una conduttura del gas, provocando il raffreddamento di un altoforno e, di conseguenza, perdite di produzione per svariati milioni di marchi.
– Una ditta fabbricante tubi catodici ha dovuto far fronte a numerosi reclami prima di rendersi conto che il vetro era stato sporcato con l’aggiunta di prodotti chimici.
– Una cava contenente macchinari di grande valore è stata inondata previo il taglio di una condotta d’acqua.
– Sconosciuti hanno rubato le schede perforate dei calcolatori in un grosso deposito, impedendo così il lavoro per quattro giorni.
Questi esempi, pubblicati da una rivista tedesca, danno un’idea della creatività individuale applicata al sabotaggio.

59. Il sabotaggio è più appassionante del bricolage, del giardinaggio o delle scommesse sui cavalli. (…) Tutti sanno che:
– Un martello o una sbarra di ferro bastano per distruggere un calcolatore, un prototipo, il materiale di precisione, i marcatempo, i robot che controllano ed impongono i ritmi di produzione.
– Una sorgente di calore avvicinata ad un interruttore automatico, libera l’acqua delle pompe antincendio fissate al soffitto dei grandi magazzini o nelle zone di immagazzinamento.
– Un po’ di limatura di ferro nel carburatore, zucchero nel serbatoio, solforicinato di ammonio nel carter motore, mette fuori uso l’auto di un poliziotto, del padrone, di un crumiro, di un capo sindacale.
– La diffusione dei numeri di telefono dei capi e del numero di targa della loro automobile, possono servire come arma di dissuasione e di demoralizzazione.
Intanto, si comincia seriamente ad uscire dall’epoca dell’improvvisazione.

60. Più il sistema mercantile si complica, più bastano a distruggerlo dei mezzi semplici.

61. Il terrorismo è il recupero del sabotaggio, la sua ideologia, la sua immagine separata. Benché sia utile, all’inizio degli scioperi selvaggi, distruggere i registratori di cassa dei supermercati, dare i soldi delle casse al personale in sciopero, organizzare una distribuzione selvaggia dei prodotti e spiegare ciò che sarà l’autogestione generalizzata, è invece assurdo scatenare la stessa operazione senza un legame con il movimento di esproprio delle fabbriche.

62. La positività del sabotaggio è che abitua gli operai a conoscere, meglio dei padroni, gli errori commessi nella produzione legata al profitto, e rende possibile sia aggravarli, sia correggerli quando si espropria la fabbrica. (…)

64. Il sabotaggio è, per antonomasia, l’anti-lavoro, l’anti-militantismo, l’anti-sacrificio. Ognuno lo prepara ricercando nello stesso tempo il proprio piacere, l’interesse di tutti, un rischio calcolato, la facilità d’esecuzione, l’occasione favorevole. Abitua all’autonomia e alla creatività, e fa da base concreta alle relazioni che i rivoluzionari intendono stabilire tra loro. (…)

[Traduzione di Carmine Mangone. La foto è di Tristan Jeanne-Valès.]

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