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M’interrogo già da tempo sulla questione della violenza sociale, tema che mi accompagnerà per diversi mesi e sul quale, i miei pochi e buoni lettori, troveranno ampie tracce nei miei prossimi tre lavori in uscita per le edizioni Gwynplaine (un antologia di opuscoli sul sabotaggio rivoluzionario, il mio Quest’amante che si chiama verità e, soprattutto, una scelta di testi di Simone Weil, la cui uscita, con mia ampia prefazione, è prevista tra il 2015 e il 2016). Qui di seguito vi propongo alcuni frammenti tratti da La qualità dell’ingovernabile (pp. 30-32), dove già facevano capolino alcuni accenni alla questione. L’illustrazione è opera di Jan Van Rijn.


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Nell’antica Grecia, Bia (βία) e Cratos (Κρατος), rispettivamente personificazione femminile della violenza (della “gagliardia”) e deificazione al maschile della potenza, erano fratelli. E alla loro famiglia appartenevano anche Zelos (Ζῆλος), ossia la rivalità, l’emulazione, il “rigore furente” – da cui deriva l’italiano “zelo” – e Nike (Νίκη), dea della Vittoria. Stando inoltre a ciò che racconta Pausania, nella sua “Descrizione della Grecia” (Hellados periegesis, 2.4.6), a Corinto esisteva un tempio dedicato a Bia e ad Ananke (Ἀνάγκη, dea della Necessità), nel quale non era costume che i fedeli entrassero.

Sempre a braccetto con una qualche necessità di vita o di morte, la violenza si presenta come l’eccedenza di senso che colora una forza. Non si può eludere, non è “visitabile”, non intercede per conto dei propri fedeli, né tanto meno può essere propiziata impunemente.

[Qual è il collegamento tra violenza e poesia? Chi può dire, senza mentire anche a se stesso, che non ci siano violenze belle? Da dove nasce tutto ciò? Quale detonatore s’innesca alla base della violenza umana? Che cosa c’è di naturale nell’insorgere? Possiamo usare il pensiero per affrontare qualcosa che spesso accade in modo impensabile?]

Non riusciremo mai a sapere quanta natura persiste nel pensiero umano. E sarà sempre piuttosto difficile capire quanto possiamo fidarci, noi umani civilizzati, di un’idea come quella di “natura”. Ma poi, esiste un pensiero di natura? Possiamo mai congetturare un’idea naturale? Il pensiero umano della natura non è già di per sé una costruzione innaturale? E ancora: non possiamo forse dirci, una buona volta, che i disastri ambientali cagionati dalla civiltà sono strettamente “connaturati” all’ordine delle cose? Un ordine delle cose ormai dannatamente vetero-umano e sempre poco incline a farsi limitare dalla natura fuori di sé.

L’uomo si mette in opera e contribuisce, con le altre forme di vita, a fare il proprio mondo.
Questo fare opera dell’uomo, quando diventa estensione della propria unicità e dell’unicità del proprio mondo di relazioni, ricombina gli elementi dell’esistente e ne arricchisce il senso inventando nuove porzioni di mondo.
Partendo ogni volta da un’esperienza dell’unicità, il fare opera crea quindi un flusso, un movimento plurale di creatività, che rompe con la normalità dell’esistente disponendosi altresì ad un incessante rilancio, ad un costante scassinamento del già vissuto, del già visto.
Gli apparati politici, religiosi e culturali – ossia le strutture autoritarie delle società umane – tentano di cristallizzare il movimento del fare opera incanalandolo nei dispositivi di produzione del potere e del valore, ma non riescono a regolarlo, né a recuperarlo del tutto entro canoni stabiliti. C’è sempre un qualcosa che elude la statuizione e che sfugge alla Legge, alle Chiese, ai musei, ai libri, all’inventario della Storia.
[Per “fare opera” qui s’intende anche un conseguente agire l’opera, lasciandola aperta (e lasciandosi aprire) al movimento ulteriore del fare, senza per questo vincolarsi alla sua forma, alle sue rappresentazioni.]

Dare una definizione di violenza senza prendere partito. – Non so se sia possibile. La violenza, come ogni nome che le viene dato, non è mai neutra, né tanto meno neutrale.
Per definizione, non esiste violenza che possa prodursi in uno stato d’indifferenza. Ma esistono chiare differenze di potenziale e di legittimità tra le molteplici manifestazioni di violenza.
Il diritto – l’insieme sistematico delle norme – stabilisce il governo statuale delle violenze, determina ossia le violenze (e le forze) legali o non, al fine di garantire nominalmente la stabilità e la sicurezza del corpus sociale soggiacente.
Ma quando il gestire le violenze attraverso il monopolio della forza armata (come fa lo Stato) diventa concretamente una sopraffazione, un ostacolo alla libertà dei soggetti, a cosa aggrapparsi? Come contrastare la violenza del potere senza rivendicare quel diritto all’insurrezione di cui parla l’anarchico Emile Henry in uno dei suoi aforismi? (…)

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