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In un mio recente testo, Invito al sabotaggio ad uso dei ricchi di spirito, che uscirà a novembre nell’antologia Sabotaggio mon amour (edizioni Gwynplaine), ho inserito un “cameo” sulla bottiglia molotov, quasi a mo’ di intervallo tra le due sezioni che compongono il saggio. Ve lo propongo qui di seguito. Prendetelo come una curiosa anticipazione del libro prossimo venturo. L’illustrazione è di Clifford Harper.

Clifford-Harper-molotov



(…) La storia della bomba Molotov e del suo nome sembra uscita dall’Antologia dello humour nero di André Breton.
L’ordigno incendiario più facile da confezionare e perciò più diffuso al mondo – una semplice bottiglia di vetro contenente liquido infiammabile e dotata di una grossolana miccia – venne già usato durante la guerra civile spagnola. Nel settembre 1936, i franchisti impiegarono infatti delle bottiglie incendiarie contro i carri armati di fabbricazione sovietica T-26 in dotazione all’esercito repubblicano nei dintorni di Toledo. E vista la sua efficacia contro i carri leggeri, l’uso di un tale ordigno si andò generalizzando rapidamente presso entrambi i contendenti.
Ma furono i finlandesi, nel 1939, a battezzarlo ironicamente col nome del ministro degli esteri sovietico, Vjačeslav Molotov.
Il 30 novembre di quell’anno ebbe inizio il conflitto russo-finlandese (chiamato anche “Guerra d’inverno”), che si sarebbe concluso il 12 marzo 1940 con la vittoria dell’Armata Rossa e la cessione all’URSS di circa il 10% del territorio finlandese. Eppure i russi, sulle prime, non ebbero affatto vita facile. L’esercito finnico, tra le altre cose, aveva creato delle speciali squadre anticarro munite di rudimentali ordigni incendiari confezionati con bottiglie di vetro destinate originariamente a contenere vodka.
Una compagnia di genieri diretta dal capitano Eero Kuittinen (la Er.Pion.K, acronimo di Erillinen Pioneerikomppania) aveva cercato di migliorare l’efficacia dell’arma provando varie miscele e quantità di liquidi infiammabili. I risultati migliori erano stati ottenuti riempiendo di petrolio la metà o i due terzi della bottiglia e aggiungendovi una certa dose di catrame, il quale rendeva più duratura la combustione e generava altresì un denso fumo nero, che andava a disturbare la visuale dei carristi. La bottiglia veniva lanciata solitamente all’altezza del vano motore, benché i problemi più gravi, per l’equipaggio del mezzo, si avessero spesso quando le fiamme o il fumo penetravano nella torretta attraverso il sistema di aerazione. I finlandesi escogitarono anche un innesco chimico, fissando alla bottiglia una piccola boccetta contenente acido solforico, il quale incendiava la miscela dopo la rottura degli involucri al solo contatto con l’aria.
All’inizio delle ostilità, e dopo i primi bombardamenti dell’aviazione sovietica, Molotov aveva dichiarato più volte, ai microfoni di Radio Mosca, che le operazioni aeree sulla Finlandia consistevano in lanci di alimenti diretti alla popolazione. Il che indusse i finlandesi a ribattezzare sarcasticamente le bombe russe i “cesti di pane di Molotov” (Molotovin leipäkori) e ad abbinarvi… qualcosa da bere: l’incendiario “cocktail Molotov”, appunto, con cui furono distrutti in pochi mesi di guerra circa 430 blindati nemici.
Il capitano Kuittinen ebbe la supervisione di una vera e propria fabbrica di molotov, la distilleria Alko di Rajamaki, riconvertita per l’occasione, dove 87 donne e 5 uomini, in 115 giorni di lavoro, confezionarono a mano qualcosa come 542.194 bottiglie incendiarie! (Tra le fonti di questi dati segnalo i lavori dello storico statunitense William R. Trotter, in particolare: Frozen Hell: The Russo-Finnish Winter War of 1939/40, 1991).
Chissà se l’ufficiale finlandese e il suo team avrebbero mai immaginato la successiva proliferazione della molotov nei tumulti di mezzo mondo: dalla rivolta nel ghetto di Varsavia del 1943 all’insurrezione ungherese del ‘56 (quando a Budapest furono distrutti a colpi di molotov centinaia di mezzi sovietici), dalle manifestazioni del Maggio francese o del ’77 italiano sino ai riots delle metropoli contemporanee. (…)



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