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suoni: Kalashnikov Collective
testo e voce: Carmine Mangone

Quando tutto sarà stato detto, rimarrà pur sempre da mutuare un’idea dell’impossibile, e dire allora il franamento, i vortici, la riluttanza a morire, i corvi sul terreno ghiacciato, la rottura del bando, l’uscita dal cerchio magico del pensiero, la sposa [l’anarchia] che ride, la sposa [l’anarchia] che sussurra agli alberi, il disastro che ci fa ridere sovranamente, la prossimità carnale che coniuga fuoco e pensiero senza ustionare la pelle, la nuova carne poetica, gli stratagemmi in cerca d’un corpo, l’irrazionale che sconfigge l’imbecillità, i piani di fuga, i dislivelli, lo scivolare lento in un mare che affonderà ogni sole (Quest’amante che si chiama verità, Gwynplaine, 2014, pp. 43-44, con alcune varianti).

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Con l’urbanizzazione e lo sviluppo delle città, nasce e si generalizza il rumore moderno, ossia il disturbo costituito dall’incessante rumoreggiare della valorizzazione capitalista.

Il capitale è un immane rumore di fondo. Martella, separa, istupidisce.

stay punkPer contro, abbiamo rumori artificiali che vengono costruiti sulla base di desideri determinati, di correlazioni desiderate; rumori che diventano dispositivi per unire o scalfire elementi del mondo.
In questi casi, non è tanto il rumore a piacere, quanto la sua idea, la sua grezza concettualizzazione dell’indistinto, che viene vissuta arbitrariamente come un accenno (e un accento) di possibile compiutezza.
Il rumore diventa quindi creativo, si fa esperienza critica, elemento di relazione tra i viventi, e viene plasmato in ritmi o flussi che addensano l’inconsulto, l’aleatorio, l’ingegno più semplice e irregolare.

Il frastuono che creiamo assecondando la nostra volontà di rumore – in coaguli di energia dove anche i pensieri sferragliano – getta un ponte ironico tra suono e tuono.

Non limitatevi ad amare l’idea dell’amore. Non riducetevi al consueto. Siate odiosi e intransigenti col romantico che occhieggia in voi.

Il punk è una concretizzazione rumorosa delle corporeità alienate che si negano all’astrazione che governa il mondo. Punk come rumore che non vuole cedere alla merce, come amalgama rissoso di tutti i rumori che si chiamano fuori, pur richiamando costantemente il dentro dell’alienazione per dileggiarlo, per sputargli addosso.

Nel pogo – ossia il ballo dei punk – non c’è un’umanità che danza, bensì una muta di presenze che giocano a toccarsi, a riprendersi violentemente il toccare.

Solo per un abuso di linguaggio si continua a chiamare musica quell’insieme di suoni e comportamenti – chiamato “punk” – che fa a meno dell’innocenza e della salvezza.

Ogni tipo di purismo richiama la matematica, la ghigliottina. I generi sono sofismi da sormontare. Il punk chiama alla destrutturazione dello spirito occidentale che riecheggia ormai in ogni merce, in ogni valore.

C’è una ritualità gioiosa che nasce dalla confusione dei ritornelli comuni. – Lo stage diving richiede una messa in parentesi della rappresentazione: l’altro va sostenuto, raccolto, fatto oscillare in una selva di braccia.

Il denaro è diventato il ritmo del rock.

Nella lunghezza d’onda del capitale, siamo tutti adolescenti senili.

Il rumore, concepito come disattenzione all’esito spettacolare del rock, è la reticenza di chi sogna consonanze irrecuperabili nel bel mezzo dell’attualità frammentata.

Carmine Mangone, 5 giugno 2014.

Il brano è stato registrato il 16 maggio 2014 a Milano, durante una sessione di prove in vista del reading/concerto che doveva tenersi il giorno dopo presso il TeLOS di Saronno. Nella foto seguente, io e Puj (uno dei due chitarristi di KC) in posa blandamente cristiano-internazionalista.

Milano-18mag2014-conPuj

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