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Una manciata di aforismi e scritture brevi ispirata dalla lettura di Parole improvvise di Roberto Belli.
I versi “stirneriani” di Roberto presentano innegabili consonanze con (e dentro) alcuni luoghi comuni del mio pensiero.
Non è certo un caso che la nostra amicizia mostri e dimostri, da quasi quindici anni, la possibilità reale di una indefettibile comunanza poetica.
La foto a corredo del post è dell’anarchica ungherese Kati Horna, scattata a Puebla (Messico) durante il carnevale del 1941.

KatiHorna


Ciò che muove il pensiero dell’uomo è sempre una relazione tra n unicità. Il soggetto cartesiano è un bluff. L’autoproduzione di sé nel mondo delle idee – come privatizzazione originaria di un lembo di pensiero e di mondo – non regge alla critica degli eventi. Lo stesso “mondo delle idee” è un riflesso, una riflessione di vettorialità carnali che si pensano insieme (anche in negativo) l’una in rapporto all’altra.

L’unicità dei viventi si “agglutina” intorno ai picchi intensivi della loro presenza immediata e, allo stesso tempo, grazie allo sviluppo critico delle loro intese volontarie. Le relazioni tra unicità, di conseguenza, si rivelano esse stesse uniche.
All’opposto, abbiamo un persistente “rumore di fondo” prodotto dagli spiriti asserviti, serializzati, resi intercambiabili dal capitale (anche e soprattutto grazie alla customizzazione democratica della servitù). Il loro “rumor bianco” è il lamento funebre dell’unicità possibile. Essi sono individui separati o in via di separazione dagli elementi vivi del mondo, e proprio in quanto separati e mediati dalle strutture sociali, diventano dividui, ossia presenze isolate, prive di qualsivoglia apertura singolare verso le possibili comunanze.

La rima più difficile resta sempre quella tra amore e furore.

L’unicità non è un destino. L’unicità è un’assunzione di sé, un farsi carico della propria presenza mobile all’interno delle relazioni che costruiamo con determinati elementi del mondo.

Non si tratta di inneggiare all’Io rinchiudendolo all’interno dei nomi (come faceva Stirner), ma di autoprodurre singolarità al di fuori e contro i limiti dei destini sociali.
– Spalancare le gambe del pensiero. Farsi penetrare da una compiutezza toccante. Godere delle intese che ridimensionano le mediazioni sociali riducendo gioiosamente i confini dell’impossibile.

Se la mia unicità si sviluppasse a spese del tuo possibile, verrebbe a ridursi drasticamente la qualità praticabile dell’impossibile.

Per “pratica dell’impossibile” bisogna intendere: l’amore che rilancia le unicità, il furore poetico della ricerca, le comunizzazioni anarchiche. In altre parole, significa dare un senso singolare alla propria presenza carnale e di pensiero dentro quel movimento comune che si chiama vita.

L’impossibile è il desiderio spinto a tali estremi dell’esperienza umana da contendere vasti territori all’ignoto.

je t’unique
je te poésie
je t’impossible
tu m’anarchies

Bisogna curare l’amico perché ci divenga sempre più caro e il nemico perché possa temerci concretamente, così da evitare sia gli amici dell’insidia, sia il rimprovero dei nemici.

9-11 giugno 2014



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