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Nudi, esatti. Di fronte alla carità del pensiero. Facciamo violenza alle parole. Soprattutto alle parole belle. Riteniamo d’altronde che la scrittura sia una sorta di livido. Vestiamo perciò ogni parola come se fosse una puttana e ne scopiamo il significato fino a farla venire nei nostri corpi.
I confini dei nomi sono pelle da graffiare, da tendere sopra ogni mancanza. Ombrello bucato, festoso. Messa a morte della poesia e sua rinascita come volontà e movimento nel seno dell’intesa.

Non si tratta di rovesciare le idee che abbiamo del corpo, bensì di avere un corpo per ogni idea. Ponte di pensieri tra corpo e corpo, gettato verso l’esperienza del tocco o sul farsi toccanti nell’esperienza. Ecco. Azzardare moine. Mantenersi in equilibrio nell’idea dell’altro. Infilare una mano fra le gambe del destino. Il ponte è l’energia – è l’orizzonte degli eventi che passa dalla mia bocca alla tua mente, dalla tua mente al mio cazzo, dal mio cazzo ai tuoi occhi e dalle nostre mani alla terra.

Ricordo i primi tempi. Quella tua lingerie rossonera, provocante. Per me, era come vederti vestita soltanto d’anarchia. Il mondo che ci era noto trovava un suo sovvertimento in quella stanza, in quello spazio senza più mondo, verso il quale ci attraeva la fascinazione di una soglia, di un transito. Io e te, aperture su una carne che si scioglieva e ricomponeva, intorno a nuove verità.
[Ma non si arriva a cogliere il carattere dei corpi, dei nostri corpi, se vi si vede la mera rappresentazione di un evento eccezionale, che è stato e si cerca di riferire. L’amore non è la relazione dell’evento, bensì l’evento stesso, il suo approssimarsi, il luogo comune da rifare incessantemente, esperienza ancora a venire, eppure nondimeno qui, nel racconto che non se ne fa, che muore sul nascere e che prepara la realizzazione ulteriore attraverso la seduzione che vi presiede con tutta la nostra potenza.]
L’amore non si racconta, l’amore non può perdersi nel potere che lo racconta. Imbrigliare cosa? Quale nostalgia della carne può giustificare l’asilo dei corpi in un racconto?

Trovare un abisso che sprofondi le Sirene insieme ad Ulisse.

Quella tua lingerie rossonera. Era parte dell’opera, lo so, e mi apriva gli occhi fino a storcerne la visione dentro un’ellisse dall’area mutevole. Stella binaria. Andirivieni frenetico. Posso scriverne, posso toccarmi, toccarti, posso costruire erezioni di parole, ma l’incontro rimane la convergenza senza parole, la distanza colmata che rimane distanza superando l’estraneità, in cui la presenza si realizza, e agli estremi della quale l’accaduto ricomincia ad avvenire: come fuochi dell’ellisse in cui si compie la verità senza fine dell’incontro, o da cui, in ogni caso, si esce meno mortali e con la poesia (senza durata, senza parole) che violenta la morte.

[ Estratti da: Infilare una mano tra le gambe del destino, Asinamali edizioni, 2015. Foto presa dal web. ]


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